CANTÙ – La città del mobile, del pizzo e del razzismo velato

venerdì, 11 agosto 2017

CANTÙ – Nella città del mobile, del pizzo e della pallacanestro, le spinte razziste continuano a rappresentare una presenza fastidiosa, persistente, distintamente percepibile, un fenomeno carsico che sembra riproporsi una o due volte alla settimana con estrema regolarità, con costanza.

Le spinte razziste, a Cantù, sono fondamentalmente di due tipi: le prime sono quelle più tradizionali, più strillate, e si manifestano soprattutto nel corso di eventi all’aperto o di appuntamenti pubblici, quando il razzista di turno si abbandona a urlacci esasperati o a veri e propri insulti diretti contro l’oggetto del proprio sdegno, quasi sempre uno straniero o un cittadino extracomunitario. Le altre forme di razzismo sono più sottili, più velenose, e nella maggior parte dei casi la loro presenza non si nota direttamente, ma si percepisce: questa tipologia di razzismo si esprime soprattutto attraverso allusioni – più o meno esplicite – barzellette, facezie di pessimo gusto. L’habitat naturale di quest’ultima forma di razzismo è il web, la rete – “the internet”, come lo chiamano le popolazioni anglofone – ed è proprio sul web che negli ultimi giorni, in maniera del tutto inaspettata, sono apparsi commenti, allusioni o post intrisi di un razzismo indiretto, velato.

Quando si è saputo che in piazza Garibaldi si sarebbero esibiti gli artisti dell’Alleluya Band, un complesso formato da africani originari del Malawi, alcune tra le menti più brillanti della città hanno deciso di emergere dalle profondità della rete – più o meno come i liquami che tracimano dai tombini nei giorni di pioggia – per dire la loro, per manifestare il proprio personalissimo punto di vista. “Ditemi che è una bufala, per piacere”, o “ecco, ci mancava soltanto questo” sono soltanto due dei commenti riconducibili alla seconda tipologia di razzismo - quello allusivo - ma se ne potrebbero trovare a bizzeffe, specialmente se si scorre pazientemente la lista degli interventi.

Qualche giorno prima, peraltro, gli stessi spazi pubblici della rete avevano ospitato una simpatica testimonianza di un esponente politico che fino a qualche settimana fa era candidato per la carica di Sindaco di Cantù – e che adesso è soltanto un ex candidato per la carica di Sindaco di Cantù – una foto di piazza Garibaldi che ritraeva diversi soggetti extracomunitari mentre sedevano tranquillamente sulle panchine. La fotografia era accompagnata dall’eloquente didascalia “Benvenuti a Nairobi! Ops, no, è piazza Garibaldi a Cantù”, e a poche ore dalla sua pubblicazione ha dato la stura a innumerevoli commenti, a un profluvio di post sdegnosi e vivacemente allusivi.

Del razzismo espresso attraverso le segnalazioni dei cosiddetti “individui sospetti” si è già discusso a suo tempo, e con ogni probabilità se ne discuterà ancora con l’approssimarsi dell’autunno e dei mesi freddi (pare infatti che la rigidità del clima acuisca le facoltà percettive). Allo stesso periodo dell’anno possono essere ricondotte le forme di razzismo più fantasiose, quelle che includono espliciti suggerimenti sull’utilizzo di determinati strumenti da impiegare contro gli stranieri, contro il nemico esistenziale di ogni razzista che si rispetti. Qualche mese fa, quando s’era parlato dell’avvistamento di una roulotte di nomadi tra Senna Comasco e Cantù – un’ipotesi poi smentita – uno dei commenti meno violenti era stato “ora preparo lanciafiamme, bazooka, bombe a mano e carro armato”.

Questi peculiari commenti, peraltro, sembrano essere quasi invariabilmente espressi dagli stessi individui che animano i gruppi di controllo del vicinato, dai paladini della Giustizia che vigilano coscienziosamente su Cantù e sulle sue animucce indifese. E prestate attenzione, perché l’autore di questi commenti potrebbe essere chiunque, anche il vostro vicino di panca in chiesa.

Vorremmo proseguire con altri esempi illuminanti, con altri episodi significativi tratti dalla cronaca cittadina, ma la Nazione sembra momentaneamente impegnata nella gestione di un’Emergenza senza precedenti, nel contenimento di una vera e propria Invasione di africani subsahariani provenienti dalla Libia, per cui decidiamo di fermarci qui. Come in tutti i periodi difficili, i ritmi di qualsiasi società dovrebbero essere scanditi da pacatezza, da cautela, da morigeratezza nei toni e nei costumi. È una linea a cui vorremmo aderire anche noi, e non aggiungiamo altro. Amen.

Riccardo Intini 

 

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