CANTÙ - Sono tanti i giocatori che hanno militato sia nell’Olimpia Milano, sia nella Pallacanestro Cantù, ma trovarne uno dal palmares completo è forse impossibile. Eppure a Cantù, città che senza dubbio alcuno vive di basket in ogni suo angolo, si può trovare un giocatore simile: Fausto Bargna, centro di 205 cm, classe 1960, canturino di nascita e vincitore di tutto quello che è possibile vincere in campo nazionale ed europeo.
La nota, tutt’altro di poco conto, è che questi trofei li ha alzati praticamente tutti con le maglie di Cantù prima (1 Coppa della Coppe, 2 Coppe dei Campioni e 1 Coppa Intercontinentale) e Milano poi (2 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Italia e 1 Coppa Intercontinentale), oltre a una Coppa Korac con la maglia della Virtus Roma. Una collezione a dir poco clamorosa.
Un personaggio che ha molto da raccontare sulla sfida tra Olimpia e Pallacanestro Cantù che questa sera alle 20.45 va in scena al Forum di Assago.
“Morbelli (general manager ndr) mi mandò a farmi le ossa lontano da Cantù – racconta Bargna – e quando sono tornato ho giocato le prime stagioni con l’incoscienza dei 20 anni, ritrovai i compagni delle giovanili Innocentin, Riva e Cappelletti, anche se mi è spiaciuto non giocare l’ultimo anno di Juniores con loro perché andarono alle finali nazionali”.
Tornare a Cantù nel 1981, nell’allora Squibb, significava per Bargna avere 21 anni e giocare, oltre ai sopra citati, anche con gente del calibro di Marzorati, Flowers, Kupec e Bariviera; “Se penso che a 20 anni ho vinto la Coppa Campioni, credo che non avevo la consapevolezza di dove fossi”. Una frase che farebbe strabuzzare gli occhi a chiunque, alzare il trofeo più importante d’Europa con la maglia della propria città, e riuscirci anche l’anno successivo, quasi come fosse consuetudine.
In Brianza, Bargna rimase fino al 1985, quando venne ceduto all’Olimpia Milano, perché all’epoca funzionava così, le società decidevano del futuro di un proprio giocatore e, anche se era possibile opporsi, non era usanza farlo: “Allora erano le società che decidevano i trasferimenti – racconta Bargna – e quando mi chiamarono in sede per dirmi che avevano deciso di cedermi definitamente a Milano, il primo pensiero che mi venne, tra me e me, fu “ma come!?”, tuttavia non credo che tra le due società ci fosse la rivalità che c’era tra i tifosi, decidevano il meglio per loro e per il giocatore”.
Fu così che Fausta Bargna passò all’Olimpia nel 1985, e quando dovette raggiungere i nuovi compagni al primo raduno, la tensione era ben presente: “Il primo che mi venne incontro fu Dino Meneghin, con il quale avevo avuto qualche screzio, e mi disse «we canturino, hai portato anche due comodini!?». Entrai in un meccanismo rodato da anni – continua Bargna – Milano aveva giocatori già maturi, oltre i 30 anni, e sapevano che i nuovi dovevano essere integrati il prima possibile e così fu, l’ambiente mi accettò subito”. “Qualcuno disse che mi avevano preso perché avevo sempre giocato bene e quindi dovevano togliere a Cantù un avversario – prosegue ridendo – ma se sia vero non lo sapremo mai”.
Bargna fu uno degli scambi tra Cantù e Milano più importanti, successivamente fece scalpore l’accordo Riva-Premier, che però non si concretizzò perché la tifoseria canturina non voleva il giocatore veneto, e così in Brianza arrivò Pessina: “Premier non andò a Cantù e questo fu secondo me una pecca sportiva, ma comunque Pessina fece la sua miglior stagione e con la Shampoo Clear alzò la Korac, anche perché Cantù sapeva far crescere i giovani e far sì che si esprimessero al meglio”.
Il centro canturino fece incetta di trofei in quel di Milano, ma il primo derby gli giocò un bello scherzo: “I giorni precedenti ebbi un fortissimo mal di stomaco – spiega – e il medico di famiglia mi chiese se ci fosse qualcosa di “strano”. Quando gli dissi del derby, rispose che poteva essere la tensione e per tutto il primo tempo mi tenni il mal di stomaco, e Peterson non mi fece giocare”.
Fausto Bargna girò visse in seguito altre realtà per poi ritornare nella sua Cantù, in un’annata, quella del 1993/94, che fu “traumatica”, senza chimica di squadra, che condannò i biancoblu alla retrocessione.
Ma è possibile paragonare le due realtà? “Ho ricordi più vividi di Milano perché forse ero più maturo e consapevole, ma paragonarli è difficile – risponde Bargna – Cantù è rimasta la mia città, mi ha cresciuto e mi ha fatto diventare il giocatore che poi è andato, appunto, a Milano”.
Ora, Fausto Bargna ha 56 anni, si diverte giocando a basket nelle leghe minori, ma non segue la pallacanestro moderna, né tantomeno la squadra brianzola: “Sento tanti miei ex compagni o amici che fanno fatica a seguire questo basket – conclude l’ex di Cantù e Milano – non solo perché non si trova un giocatore di riferimento, un uomo franchigia, ma sembra una pallacanestro tutta uguale. Vedi una montagna di pick and roll, tanti palleggi e i giocatori si pestano i piedi tra di loro. È cambiato il basket? – si chiede infine Bargna – probabilmente sì, altrimenti non capisco perché un allenatore di oggi non possa fare un gioco come il nostro”.
Già, come il “loro”, quello che ha portato Cantù, e Milano, a vincere Coppe e Scudetti, a giocarsi l’indimenticabile finale di Grenoble.
Davide Porro






