CANTÙ - Poche cose distruggono l'armonia di un'esperienza quanto il frastuono: la melodia della natura e degli ambienti viene danneggiata e si ritorna a casa irritati, con la testa pesante. L'inquinamento acustico è nocivo per la nostra salute? Lo abbiamo chiesto a Pasquale Coppolella, consulente aziendale per la sostenibilità.
Dottor Coppolella, cosa si intende per inquinamento acustico?
Questo è un argomento molto interessante e purtroppo parecchio trascurato, perché quando si parla di inquinamento, di solito la maggior parte delle persone immagina quello atmosferico, le cui conseguenze sono più intuibili. L’inquinamento acustico, o rumore ambientale, è definito come l’insieme di suoni indesiderati, nocivi o fastidiosi prodotti da attività umane che alterano le condizioni sonore naturali di un ambiente, compromettendo il benessere e la salute delle persone e degli ecosistemi. Dal punto di vista normativo, in Italia il riferimento principale è la Legge Quadro sull’inquinamento acustico n. 447 del 1995, che stabilisce i principi fondamentali in materia, mentre a livello europeo la Direttiva 2002/49/CE impone agli Stati membri di mappare l’esposizione al rumore e di adottare piani d’azione per ridurla. Le principali fonti di inquinamento acustico sono il traffico veicolare, ferroviario e aereo, la fonte più diffusa e pervasiva nei contesti urbani. Aggiungo i cantieri edili e attività industriali, con picchi spesso nelle ore diurne ma anche attività commerciali e ricreative, locali notturni, eventi, amplificazioni. Cito anche le attività agricole, macchinari e impianti senza dimenticare il rumore di vicinato, spesso sottovalutato ma tra i più denunciati. Gli effetti sulla salute umana sono tutt’altro che trascurabili: l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) classifica il rumore ambientale come la seconda causa ambientale di danno alla salute in Europa, dopo l’inquinamento atmosferico. Le conseguenze documentate includono disturbi del sonno, stress cronico, ipertensione, problemi cardiovascolari, deficit cognitivi nei bambini e, nei casi più gravi, perdita dell’udito.
Qual è la situazione del nostro Paese in merito?
La situazione italiana, purtroppo, riflette un quadro preoccupante, comune a buona parte dei Paesi europei ad alta densità abitativa e infrastrutturale. Secondo i dati dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), oltre il 30% della popolazione italiana è esposta a livelli di rumore da traffico stradale superiori ai limiti raccomandati dall’OMS, che fissa la soglia di attenzione a 53 dB(A) diurni per il rumore da traffico. Le criticità principali del nostro contesto territoriale riguardano le grandi aree metropolitane come Roma, Milano, Napoli e Torino, dove i livelli medi di rumore diurno superano spesso i 65-70 dB(A), equivalenti al volume di una conversazione ad alta voce prolungata per ore. Aggiungerei le zone costiere e turistiche, soggette a picchi stagionali intensi dovuti a movida, porti e traffico insieme alle aree periurbane attraversate da infrastrutture, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità e aeroporti, dove le fasce di popolazione esposte sono in continua espansione. Infine il rumore di vicinato, che rappresenta la prima causa di conflitto tra cittadini segnalata alle autorità locali, spesso aggravata dalla scarsa qualità acustica degli edifici residenziali. Un aspetto spesso trascurato è l’impatto sugli ecosistemi naturali: il rumore antropico, ovvero causato dall’uomo, disturba i cicli riproduttivi di molte specie animali, altera le rotte migratorie degli uccelli e compromette la comunicazione acustica degli animali marini, con effetti a cascata sull’intera catena alimentare.Va detto, con onestà, che molti Comuni italiani sono ancora inadempienti rispetto all’obbligo di dotarsi di una classificazione acustica del territorio (il cosiddetto Piano di Zonizzazione Acustica.Ndr), strumento fondamentale per una gestione ordinata e preventiva del problema.
In che modo possiamo intervenire?
Gli interventi possibili si articolano su più livelli, dal decisore politico al singolo cittadino, e richiedono un approccio integrato e sistemico. A livello istituzionale e normativo bisogna completare e aggiornare la zonizzazione acustica di tutti i Comuni, rendendola vincolante per le nuove urbanizzazioni. Occorre potenziare i controlli da parte delle ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) regionali e delle Polizie Locali, con sanzioni effettivamente dissuasive e integrare la valutazione acustica nei procedimenti di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) per ogni nuova opera infrastrutturale. A livello urbanistico e infrastrutturale è necessario progettare le città secondo i principi del “quiet urban design”: più verde, strade a traffico limitato, funzionale tra aree residenziali e produttive, barriere antirumore lungo le infrastrutture di trasporto più impattanti. Importante, anche, promuovere la mobilità elettrica e la ciclabilità, che riducono drasticamente le emissioni sonore del traffico e incentivare la riqualificazione acustica degli edifici, con fondi dedicati all’isolamento di pareti, solai e infissi. A livello industriale e produttivo occorre ridurre al massimo il rumore negli impianti produttivi, pianificare gli orari delle lavorazioni rumorose in modo da minimizzare l’impatto sulle aree sensibili e favorire la certificazione acustica dei prodotti industriali e dei macchinari. A livello di comunità e cittadini è fondamentale lavorare sull' educazione e sensibilizzazione nelle scuole e nelle comunità: il rispetto del silenzio è una forma di rispetto civile. Tutti i cittadini dovrebbero sostenere un uso consapevole degli spazi condivisi, specialmente nelle ore notturne, segnalando alle autorità competenti delle situazioni di disturbo cronico. Bisognerebbe preferire comportamenti a basso impatto sonoro: mezzi pubblici, biciclette, riduzione dell’uso del clacson. Infine, a livello di ricerca e innovazione, bisogna investire in tecnologie di monitoraggio acustico continuo, con reti di sensori urbani in grado di produrre mappe del rumore in tempo reale, sviluppare materiali fonoassorbenti e fonoisolanti di nuova generazione per l’edilizia e promuovere la ricerca sull’impatto del rumore sugli ecosistemi, ancora largamente sottostimato.
In conclusione, l’inquinamento acustico non è un problema minore o di serie B rispetto ad altre emergenze ambientali. È una questione di salute pubblica, di qualità della vita e di giustizia ambientale. Affrontarlo richiede la stessa serietà e lo stesso impegno multidisciplinare che dedichiamo al clima o alla qualità dell’aria. Il silenzio, o meglio, il giusto equilibrio sonoro, è un bene comune che dobbiamo imparare a tutelare.
S.D.D.






