SOSTENIBILITÀ – Come la guerra in Ucraina potrebbe distruggere la sostenibilità

martedì, 8 marzo 2022

RUBRICA - Le immagini scorrono davanti ai nostri occhi mostrando un orrore senza fine.  Pasquale Coppolella, consulente aziendale sulla sostenibilità, sottolinea che la guerra in Ucraina porterà enormi problematiche proprio in termini di sostenibilità e le sue parole devono farci riflettere.

Dottor Coppolella qual è il legame tra guerra e crisi ambientale?

Purtroppo la guerra gioca molto contro l’ambiente, perché il suo deterioramento è spesso un’arma micidiale nelle mani delle parti in causa, per aumentare la reciproca capacità di nuocere.  Non c’è stata guerra che non abbia utilizzato sostanze chimiche più o meno dannose per l’ambiente e anche qualsiasi bomba ne sprigiona una notevole quantità. Le immagini della guerra in Vietnam, per chi ha una certa età, sono un esempio lampante di quello che voglio dire. La distruzione di suolo fertile è un altro fattore molto critico, con immense distese contaminate la cui bonifica richiederà anni, se non decenni, andando a pesare sull’economia dei paesi in cui territorio è coinvolto. Per parlare di oggi, l’Ucraina per esempio è un Paese agricolo, di fatto il granaio d’Europa: trovarsi con una parte del suo territorio compromessa dai bombardamenti ne danneggerà pesantemente la ripresa, dopo un’auspicabile  fine della guerra. Le acque vengono contaminate di conseguenza: gli agenti inquinanti penetrano inesorabilmente nelle falde acquifere, senza contare i casi in cui la contaminazione è deliberata per raggiungere obiettivi bellici.  La quantità immensa di carburante per i mezzi usati nel conflitto provoca livelli di inquinamento enormi e la grande quantità di incendi una sproporzionata quantità di gas serra che si liberano nell’atmosfera. Sempre guardando all’Ucraina pensiamo a cosa sta succedendo con le centrali nucleari e a quello che potrebbe succedere in caso di disattenzione:  eventi drammatici e irreparabili per le persone e per l’ambiente.

Ma esistono ancora due fronti da considerare: la produzione di armi e lo smaltimento. La guerra genera necessità di armi e la produzione di armi genera alti livelli di inquinamento, necessità di acqua ed emissioni di gas serra, mentre lo smaltimento, a guerra finita, è un’impresa colossale, non facile e ad altissimo costo ambientale. Smaltire delle bombe o residui di esse è difficile e pericoloso e per l’ambiente davvero molto dannoso, come pure lo smaltimento di tutti i rottami. Ultimo particolare macabro, ma importante: le numerose vittime spesso vengono cremate. Ebbene la cremazione è un’attività altamente inquinante che emette nell’ambiente sostanze altamente tossiche. 

Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, troviamo i concetti di pace e giustizia: la pace consente di creare società sostenibili e le società sostenibili contribuiscono a promuovere la pace?

Certo, direi che la pace è elemento essenziale per creare società sostenibili. La sostenibilità necessità impegno e grande determinazione, perché il rischio di passare in secondo piano è sempre presente, il che è esattamente ciò che sta avvenendo. Chi parla di sostenibilità in periodi come questi? Assolutamente nessuno, perché il senso di emergenza travalica quello di responsabilità verso il futuro. La sensazione ormai diffusa è che la sostenibilità sia una questione di paesi ricchi e in pace, purtroppo. Viceversa, società sostenibili contribuiscono a promuovere la pace? Certo. Basta ripassare il significato di sostenibilità e delle famose 3 E di cui abbiamo parlato altre volte - Ecologia, Economia, Equità sociale - e della necessità che tutte e tre vengano rispettate. La guerra le danneggia tutte e tre in maniera irreparabile. Per cui una società sostenibile è una società che promuove la pace, perché solo la pace permette di assegnare le giuste priorità sulle 3E.                    

 In che modo il conflitto in Ucraina potrà incidere sulla sostenibilità del nostro paese?

Può incidere molto, sia in senso negativo, che positivo. È ormai chiara a tutti la nostra dipendenza dall’estero per le fonti energetiche, con particolare riferimento al gas, per il quale dipendiamo dalla Russia per il 40%. Una percentuale elevatissima, inconcepibile, che in questo momento ci mette in una situazione di grande difficoltà e di riflessione su alternative veloci da un lato e di lungo termine dall’altro. Tutti avranno sentito del progetto di riprendere la produzione di energia utilizzando le, ormai chiuse, centrali a carbone. Un’alternativa che nell’emergenza aiuterebbe, ma per l’ambiente sarebbe fare un passo indietro di decenni. Ma nell’emergenza l’ambiente può aspettare, a chi interessa dell’ambiente davanti alla prospettiva di costi devastanti dell’energia e di inverni al freddo? In questo contesto si riaffaccia anche la prospettiva, realistica direi, delle centrali nucleari. Se ne parla molto e sempre più spesso, anche prima della guerra, a dire il vero. Ricordo che l’Italia ha votato un referendum, pronunciandosi negativamente a riguardo. I reattori nucleari di quarta generazione sono considerati dai produttori più sicuri dei precedenti. Ma la storia insegna. Infatti le catastrofi provocate dalle centrali nucleari di Chernobyl e Fukushima, dicono il contrario. Le scorie radioattive sono molto pericolose per la salute e per l’ambiente. Inoltre, tutt’ora, non è stata trovata una soluzione valida per il loro smaltimento a lungo termine. Morale, che si sia a favore o contro, il rischio per l’ambiente e per le persone è molto elevato. Vediamo se l’emergenza travalica anche la paura, Di positivo c’è invece che questa crisi spero spingerà in maniera importante le energie rinnovabili: eolica, idrica solare, geotermica. In Spagna eolico e solare insieme hanno generato il 45% del fabbisogno di energia del Paese, grazie a una forte programmazione e un vero intervento politico. Noi abbiamo le stesse possibilità. 

S.D.D.

 

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