CANTÙ – Tra le regioni italiane la Lombardia è la quinta in assoluto per numero di beni confiscati alla mafia. Gli immobili confiscati, a settembre del 2015, erano circa 1.300, più del 7.2% del totale nazionale. Piuttosto elevato anche il numero delle aziende confiscate: a fine 2015 erano più di 280, mentre a livello nazionale, tra il 1995 e il 2016, le aziende sequestrate sono state addirittura 17mila.
La maggior parte degli immobili confiscati è stata trasformata in centri per disabili, comunità per minori o centri d’accoglienza per migranti, ma il passaggio non è così semplice come può apparire a un osservatore poco esperto. Specialmente per le aziende confiscate, la cui trasformazione in una nuova entità produttiva è spesso rallentata da burocrazia, lungaggini e ritardi di diverso genere.
A Cantù gli immobili confiscati sono sei – 34 in tutta la provincia di Como -, quattro proprietà in tutto tra appartamenti, magazzini, box e posti auto. L’unico utilizzato, al momento, è l’immobile situato in via Uberto da Canturio, attualmente sfruttato dall’Associazione Gruppo Appartamento di Cantù. Gli altri tre immobili potrebbero divenire utilizzabili soltanto dopo alcuni interventi di manutenzione o di ristrutturazione: è il caso degli immobili di via Mazzini, di via Romagna e di via Cesare Cantù. Quest’ultimo – uno spazio di 440 mq – è l’unico utilizzabile per fini produttivi o per la fornitura di servizi.
Sul tema dei beni confiscati alla criminalità organizzata abbiamo interpellato Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente Ilaria Alpi di Cantù, il quale, negli scorsi giorni, ha preso parte al “Festival della Legalità” andato in scena all’interno del teatro di San Teodoro, un incontro incentrato sui beni sequestrati alle mafie e sulla presenza della criminalità organizzata nel territorio comasco.
“La presenza di tanti immobili confiscati – afferma Fumagalli – attesta la forte presenza della mafia anche nel nostro territorio. È la stessa legge a prevedere la destinazione e l’utilizzo degli immobili confiscati: questi beni possono essere affidati allo Stato (che può utilizzarli per finalità di giustizia o di ordine pubblico, o per altri scopi istituzionali) o al Comune di competenza, che attraverso un bando pubblico può decidere di assegnarli a comunità, associazioni o cooperative. Ma il vero problema – spiega Fumagalli – è rappresentato dalla burocrazia: le lungaggini, insieme alla difficoltà di far quadrare i bilanci da parte dei Comuni, fanno sì che questi beni restino inutilizzati per lunghi anni, scontrandosi clamorosamente con lo spirito della legge che vorrebbe un utilizzo immediato dopo la confisca. La legge italiana sulla confisca dei beni è certamente innovativa – conclude Fumagalli - , ma per renderla più efficace bisogna assolutamente snellire le procedure burocratiche”.
R. I.






