Al pari della celeberrima “beffa di Buccari”, finirà per passare alla storia anche la strapaesana “beffa di via Milano”, certo meno nobile della prima ma sicuramente, per i leghisti canturini, ben più dolorosa e bruciante.
Per giorni e giorni i maggiorenti della Lega di Cantù hanno sapientemente montato la vicenda della festa musulmana del sacrificio caricandola di significati emblematici ed ultimativi benché in politica sia da sempre buona norma l’agire di testa anziché di pancia.
Così gli impavidi leghisti canturini, degnamente supportati in questo dai loro alleati sedicenti “liberal”, nemmeno si sono curati del fatto che la Costituzione del nostro Paese garantisca a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa e di esercitarne il culto in privato ed in pubblico.
Ed allo stesso modo hanno finto di non sapere che il piano di governo del territorio del Comune di Cantù prevede che, nell’area sulla quale insiste il capannone di proprietà del centro islamico, si possano svolgere attività culturali e non vi si debbano obbligatoriamente produrre solo soggiorni e camere da letto.
Così, anziché ricercare un punto di mediazione per cui potessero essere salvaguardati sia i diritti di chi desiderava celebrare i riti della propria fede che le ragioni di quanti, investiti di pubbliche responsabilità, si sarebbero dovuti preoccupare dell’incolumità delle persone che partecipavano ad un presumibilmente molto affollato evento, i leghisti della città del mobile, guidati dai loro poco lucidi notabili, si sono buttati, lancia in resta, in un ginepraio, al cui confronto la vigna di Renzo, di manzoniana memoria, si sarebbe potuta tranquillamente considerare un bijoux.
Evocando un tragicomico "scontro di civiltà" in salsa brianzola, hanno alla fine partorito un editto in cui si sprecavano le “intimazioni” e le “diffide” ma che, ai fini pratici, era qualcosa di molto simile all’acqua di fonte: buona, fresca e dissetante ma solo per chi è di bocca buona e si accontenta.
A conferma del nulla più assoluto che c’era dietro la "guerra della moschea", i leghisti nostrani, non potendo vietare tout-court la manifestazione con una qualsiasi e magari pur plausibile scusa, pur assumendo la faccia truce e lo sguardo torvo di circostanza e seppur ammettendolo soltanto a mezza bocca e con molta fatica, nel provvedimento sindacale sono stati costretti a consentire: sì, la manifestazione si poteva fare, ma avrebbero potuto parteciparvi solo i tesserati al circolo islamico ed in numero non superiore a 99 per volta.
Naturalmente oltre alla necessaria ed immancabile presenza dei "lor maggiori", i leghisti canturini avvertivano che, per controllare che tutto si fosse svolto secondo i loro desiderata, avrebbero fatto convergere in via Milano, nell’ordine: la polizia locale, quella provinciale e quella nazionale; i carabinieri; le guardie forestali; l’esercito, la marina e l’aviazione; i pompieri; la protezione civile; la prefettura e, udite udite, persino la banda dei bersaglieri.
Purtroppo però questa mattina, quando gli ancora assonnati leghisti della seconda città della provincia di Como si sono presentati sul piazzale di via Milano per verificare l’esatto adempimento dei loro precetti, non soltanto hanno dovuto constatare di essere rimasti desolatamente soli a dover sostenere il peso del controllo ma, con sommo scorno, hanno pure dovuto subire l’onta di vedere un foltissimo numero di persone (c’è chi dice seicento) che, diviso in festanti e sorridenti gruppi famigliari, si stava ormai allontanando, felice e contento, dal luogo che gli era stato interdetto, avendo potuto partecipare, non si sa bene come, alla cerimonia religiosa.
Era la giusta punizione per coloro che urlano e strepitano ma poi mancano nella cosa più semplice: adeguarsi al monito implicito nel famoso detto "chi dorme non piglia pesci".
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