La “Festa del legno” appena conclusasi e la bella mostra su “La Selettiva del Mobile 1955 – 1975” aperta nella ex Chiesa di Sant’Ambrogio hanno riproposto un tema, quello del Museo del Mobile, che, di tempo in tempo, riemerge dal sonno in cui l’inazione, la mancanza di idee e l’incapacità di iniziativa delle amministrazioni, prima leghiste e poi civiche, lo hanno regolarmente relegato.
A giustificazione della propria inattività le amministrazioni che si sono via via succedute hanno sempre usato l’argomento della insufficienza di fondi, della mancanza dei mezzi finanziari necessari a dar vita a un’impresa di questa portata.
Ovviamente si sono anche sempre ben guardate dal cercarli, si sono sempre sottratte dal compito di assumere una qualsiasi iniziativa verso la Regione o, perché no, verso l’Unione Europea allo scopo di dar vita a questa iniziativa. Così come, allo stesso modo, nemmeno hanno provato a trovare finanziatori privati come avrebbero potuto fare rivolgendosi alle industrie del settore, alle loro organizzazioni territoriali o ad enti come la Triennale che pure avrebbero un qualche interesse in questo progetto.
È proprio così difficile spiegare come il “Museo del mobile” potrebbe essere parte integrante del “marchio di fabbrica” di ciascuna delle componenti del settore del mobile? È proprio impossibile illustrare le potenzialità ed i vantaggi che potrebbero loro derivare da un progetto capace di mettere insieme tradizione ed innovazione?
Certo la frammentazione del patrimonio che dovrebbe costituire la base del museo ed il fatto che sia conservato in diversi luoghi e sparso in varie istituzioni pubbliche e private non aiuta.
Molto materiale, ad esempio, si trova presso la ex Scuola d’Arte (a suo tempo abbandonata dalla Lega), altro – come l’archivio storico della Selettiva – si trova presso la Permanente Mobili, altro ancora probabilmente negli archivi delle altre vecchie esposizioni canturine.
Una parte di questo materiale, poi, si trova presso i privati come le aziende di vecchia e nuova tradizione, o le industrie che hanno fatto la storia del design nel settore del mobile, o presso quei professionisti che hanno cavalcato da protagonisti la storia dell’“industrial design” e che hanno storicamente avuto rapporti fecondi con le aziende del Canturino.
Ma se si pensa di poter radunare tutto questo materiale in un unico luogo fisico per poter dar vita al museo, probabilmente il progetto non potrà mai vedere la luce. Ciò sia per l’enorme impegno finanziario che richiederebbe sia per il fatto che molto materiale è indisponibile. Chi infatti si priverebbe di quei pezzi, di quei prototipi che hanno letteralmente “fatto” la storia della propria azienda?
Occorre dunque pensare a qualcosa di diverso, a qualcosa che permetta di narrare la storia e la tradizione del mobile in Brianza ma che, insieme, faccia comprendere come la tradizione sia viva ed ancora utilizzata nel presente.
Perché dunque non pensare ad un archivio digitale che raccolga, cataloghi e dia sistematicità all’immenso e ricco materiale che, più di ogni altra cosa, rappresenta il patrimonio culturale ed economico del nostro territorio? Perché non pensare ad un centro di iniziativa permanente per la diffusione delle conoscenze, delle tecniche di lavorazione, dei nuovi materiali, della storia dell’industria del mobile in Brianza? E perché non cominciare, ad esempio, dalla catalogazione e dalla digitalizzazione del materiale in possesso della ex Scuola d’Arte e dell’archivio storico della Selettiva?
In questo modo anche il necessario distacco fisico del museo dai “pezzi” storici, che possono continuare a restare nelle aziende dove sono nati e dove continuano a produrre cultura materiale, potrebbe esso stesso rivelarsi un vero e proprio “plus”: sarebbe la plastica dimostrazione di come il nuovo non nasca dal caso ma da una tradizione di quasi due secoli di storie di ingegno, di sacrifici e di impegno quotidiano in bottega.
Alberto Novati
Candidato sindaco alle primarie del centro-sinistra di Cantù "Vola Cantù"






