RUBRICA - Di lavoro si vive. Aggiungiamolo pure: non solo dal punto di vista del sostentamento. Spostamenti, turni, straordinari, capi e colleghi, fatica, sconfitte ma anche, fortunatamente, gratificazioni e soddisfazioni. Sì perché il lavoro contribuisce in maniera significativa alla nostra identità, alla nostra autostima e alla sostenibilità, ecco perché non bisogna sottovalutare i segnali d'allarme legati all'ambiente professionale, come spiega il consulente aziendale sulla sostenibilità Pasquale Coppolella.
Dottor Coppolella, quando un lavoro può definirsi sostenibile?
Per rispondere a questa domanda devo richiamare i famosi tre principi della sostenibilità, vale a dire le 3 E - Ecologia, Economia, Equità -, oppure le 3P - Pianeta, Profitto, Persone. Una entità si può ritenere
sostenibile se tutte le componenti sono soddisfatte. Pertanto un lavoro si potrà dire sostenibile se permette all’individuo di ottenere una retribuzione congrua, che gli permetta di condurre una vita dignitosa a livello economico, quindi il fattore Economia o Profitto, se gli mette a disposizione un ambiente di lavoro sano, sicuro, senza discriminazione o vessazione alcuna, inclusivo per razza e genere, rispettoso delle persone e della qualità della loro vita , ovvero il fattore Equità o Persone, e infine se il lavoro viene svolto nel rispetto dell’ambiente, il fattore Ecologia o Pianeta. In tal senso devo dire che le recenti vicende legate al COVID e la conseguente introduzione dello smartworking hanno aiutato non poco, mettendoci a contatto con un mondo nuovo, che è in linea con i principi della sostenibilità. Avere la possibilità di lavorare da casa, o da dove si preferisce, significa fare un lavoro sostenibile: si riducono i costi e i tempi di spostamento aumentando il potere di acquisto dello stipendio e riducendo i tempi inattivi per il viaggio, si inquina molto meno e infine si crea una ideale compatibilità fra vita personale e vita lavorativa, senza perdere in performance. Ecco, questi sono passi di modernità, che vanno nel verso giusto: in tutti i casi ove questo sia possibile, concepire l’azienda come un insieme di persone non necessariamente tutte nello stesso posto nello stesso momento. Resta inteso che il concetto di sostenibilità di un lavoro non deve trascurare il ruolo sociale del lavoro stesso: vedere i colleghi, prendere il caffè, fare le riunioni in presenza, fattori importanti. Infatti lo smartworking è molto “smart” perché non è il telelavoro, ma mette in condizione di alternare la presenza in ufficio a quella da casa: una bella cosa.
Lavorare in un ambiente ostile incide sulla produttività. E sulla salute mentale. Collaborare in queste condizioni per molte persone rientra nella normalità. È davvero così?
Certo, incide e anche tanto. Intanto è completamente al di fuori dei canoni della sostenibilità e di uno dei suoi parametri principali, l’Equità, e poi può diventare un pericoloso elemento di frustrazione, con inevitabili ripercussioni sulla salute, non solo mentale, e sulla produttività. Il lavoro moderno riempie la maggior parte de nostro tempo, sottraendolo inevitabilmente alle attività personali e ai nostri cari.
Questo vale per tutti, a prescindere dal tipo di lavoro. Fra tempi di spostamento e giornata lavorativa siamo impegnati per circa 10 ore ,con picchi di 12. Se togliamo 8 ore per dormire, ce ne restano solo 6, 4 per alcuni, per tutto il resto. Spesso usiamo le ore rimanenti per pensare al lavoro, per parlare del lavoro e ,come fanno molti, per continuare a lavorare da casa. Pertanto per chi ha un lavoro, poter operare in un ambiente sereno è di fondamentale importanza e di grande contributo alla sostenibilità del lavoro stesso. Un ambiente ostile al lavoro genera irritazione, frustrazione, ma soprattutto smarrimento, riempiendo già parte del mio tempo ed estendendosi inevitabilmente anche al tempo che in teoria è a mia disposizione. Ci sono molti casi di lavoro in ambiente ostile, ma in nessun modo credo sia la normalità e qui c’entra anche la percezione dell’individuo, cha volte può essere soggettiva, nonché l’interpretazione di cosa è ostile: colleghi, capo, carichi di lavoro, giudizi non equi, richieste personali non soddisfatte, ecc... Io credo che in un contesto moderno, se la mia sensazione è quella di ambiente ostile, se possibile è meglio cambiare, è troppo importante per il mio benessere. Guardiamo cosa sta succedendo nel mondo del lavoro: ci sono migliaia di giovani che si stanno dimettendo senza avere ancora un altro lavoro. Perché? Perché sono cambiati i valori e avere una lavoro sostenibile, in ambiente non ostile, è una priorità: il lavoro è un mezzo non un fine.
Precariato, stipendi bassi, pensioni future inesistenti. Quanto tutto questo incide sulla sostenibilità?
Anche questo incide moltissimo. Purtroppo sul lato Equità/Persone siamo ancora estremamente distanti da quello che ci si aspetterebbe e francamente sul breve non vedo grosse prospettive. Come società dovremmo creare le condizioni per un mondo un po’ più sereno ed equo. In realtà la nostra società è iniqua per la natura stessa degli esseri umani, il che crea le condizioni di competitività estrema e di sfruttamento, con conseguente arricchimento di pochi e impoverimento costante degli altri. Quello che lei descrive è anche il risultato, purtroppo, di gestione sciagurate delle risorse, con accaparramenti indiscriminati e disonesti, ove ora non possiamo permetterci di garantire un livello di benessere minimo. Nel mondo animale, il branco garantisce la sopravvivenza dignitosa a tutti i componenti e anche se il capo branco è quello che mangia per primo, questa è la sua unica prerogativa, tutti mangiano. Per gli esseri umani così non è: abbiamo creato il concetto di insaziabilità, che è contro natura, quindi non sostenibile. Ovviamente siamo lontanissimi dalla sostenibilità sociale e sicuramente non rassicurante per il futuro. Purtroppo non stiamo lavorando, o stiamo lavorando poco, per metterci in carreggiata. Bisogna che nascano più figli, il tasso di natalità è in caduta libera, e che quindi le famiglie siano incoraggiate a farne, perché supportati dallo Stato. Questo significa dare le opportunità professionali alle donne, aiutandole, come fanno in nord Europa, dove una famiglia media ha 3 figli e le donne lavorano tutte, utilizzando forme di lavoro non tradizionali come lo smartworking. Se non nascono bambini il rapporto fra popolazione attiva e pensionati sarà non più sostenibile nel breve. Inoltre non dobbiamo combattere indiscriminatamente l’immigrazione e l’immissione di forze giovani dall’esterno. Mi rendo conto quanto questo tema sia spinoso, ma se non ribilanciamo in tempi brevi il rapporto fra chi lavora e chi prende la pensione, non ce la potremo fare.
S.D.D.






