TURATE - Le carceri italiane? "Così come sono oggi in Italia sono da abolire perché hanno solo un intento punitivo e non rieducativo". La legalità e la giustizia? "Partono da noi, dobbiamo impegnarci per questo paese da uomini liberi e non da sudditi". E la Costituzione Italiana "bisogna conoscerla e capirla, non basta leggerla".
Scorre perentorietà di chi davvero ama il suo paese e auspica possa volare alto in futuro nelle parole di Gherardo Colombo, per molti anni magistrato e noto ai più per avere fatto parte del pool di "Mani Pulite" che dal 1992 cercò di fare luce sul fenomeno "Tangentopoli" e di combatterlo e oggi impegnato a promuovere soprattutto nelle scuole la cultura della legalità e della giustizia. E il fatto che, nella conferenza organizzata dal gruppo giovani alla sala consiliare di Turate l'altra sera, non si sia praticamente vista una sedia libera testimonia di quanto i due temi siano sentiti dagli italiani.
Colombo ha subito intonato un refrain chiaro: l'Italia è troppo appiattita sulla delega e molti cittadini preferiscono far decidere qualcun altro che impegnarsi in prima persona. "Questo – ha spiegato – significa vivere da sudditi ed è invece necessario invertire questa situazione e che gli Italiani imparino a vivere da uomini liberi, capaci di scegliere. E questo discorso parte dalla scuola che dovrebbe educare a quel sapere che mette la persona in condizione di fare delle scelte e dunque di incidere positivamente sulla società in cui vive, ma spesso purtroppo nelle scuole questa mentalità non è diffusa".
Accanto a quel sapere che rende cittadini responsabili e capaci di decidere con la loro testa e non con quella degli altri, occorre, per Colombo, e a partire dal quotidiano di ciascuno, "sviluppare la giustizia che è qualcosa di più della semplice legalità, termine generico che, a seconda della cultura, si colora di molti diversi significati". Questo significa anche accostarsi alla Costituzione avendone i principi come costanti compagni di viaggio. Seppur il regime fascista sia defunto ormai da anni, Colombo vi vede proprio nella sudditanza a cui, ricorda, quel regime riduceva gli Italiani del tempo, un aspetto che permane. "Ma ora vi è la democrazia – ha aggiunto – non si può pensare di conservare quel concetto di sudditanza né il comportamento da persone non libere che aveva caratterizzato quel regime". Insomma, se il cittadino si affida ora al decisore a lui esterno non scegliendo e deresponsabilizzandosi come avveniva ai tempi del ventennio, a suo giudizio, qualcosa non funziona. Ed è una riflessione che, ha detto, "devono fare tutti i cittadini e non soltanto i politici che li governano".
Colombo si è soffermato anche sulla situazione delle carceri descrivendone minuziosamente la vita quotidiana media di un detenuto. Alla fine affermazione recisa: con questo sistema carcerario non si va lontano. "Ci sono casi come quelli del Brasile e dell'Olanda - ha spiegato – dove il principio trattativo ha prevalso su quello punitivo, si è cioè puntato a un'opera di accompagnamento educativo del carcerato perché possa reinserirsi da persona responsabile all'interno della società, cosa che qui non avviene. In Olanda il numero dei detenuti è diminuito e questo dà conto della validità del metodo dell'accompagnamento e dell'educazione del detenuto; purtroppo bisogna dire che questo nostro Stato ha finora fallito nella finalità del recupero delle persone che hanno sbagliato e nella necessità di fare assumere alla pena una finalità rieducativa ".
Massima condanna da parte sua ai seminatori di paura perché, afferma, "il numero degli omicidi in Italia è in diminuzione da quindici anni e non siamo nella situazione degli Stati Uniti dove, in proporzione, la diffusione degli omicidi è cinque volte quella italiana". No alla separazione delle carriere "perché sarebbe assurdo vedere un pubblico ministero che piange perché una persona è assolta". E infine un auspicio, vedere i giovani riappassionarsi alla cosa pubblica e alla Costituzione; "se si vuole essere se stessi il percorso è più impegnativo ma è la sola strada che si debba seguire se non ci si vuole condannare a essere sudditi e a far decidere sempre gli altri".
Cristiano Comelli






