L’INTERVISTA – Cristina Quarti e il teatro della solidarietà

martedì, 10 ottobre 2017

CANTÙ - Il concetto di solidarietà, spesso abusato, rivela la responsabilità che ogni cittadino riversa nella comunità. Una parola che si congiunge ad un’infinità di scenari possibili tra cui quello artistico, ed è esattamente all’incrocio di queste due vie che è possibile incontrare Cristina Quarti.

Classe 1956, veronese di nascita e canturina d’adozione, pensionata, ex tecnico di laboratorio clinico dell’ospedale Sant’Anna con la passione per la recitazione e un costante impegno nei confronti delle problematiche sociali.
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Come nasce la sua passione per la recitazione?

Sono nata a Verona, una città molto ricca dal punto di vista culturale: musica, teatro, lirica. Anche la mia situazione familiare era favorevole, i miei genitori mi hanno educata al cinema d’autore stimolando sempre la mia creatività e mia madre, dopo i sessant’anni, ha lavorato come comparsa per gli eventi dell’Arena di Verona e per il cinema. Ovunque andassi respiravo arte e rimasi affascinata da quel mondo, dal teatro in particolare.

Qual è stato il suo percorso artistico?

I primi passi li ho mossi in oratorio, come attrice e regista teatrale. Un'altra esperienza importante l’ho vissuta in radio, alla fine degli anni settanta. Era il periodo del boom delle radio commerciali, questo permise il proliferare di molte radio locali investite da un grande desiderio di sperimentazione e io collaborai come speaker per Blue Radio Star. Parallelamente frequentavo un corso di recitazione professionale che però non portai a termine perché di lì a poco mi sposai e mi trasferii a Como. E per molti anni accantonai l’esperienza teatrale.

Come ha vissuto questo periodo di fermo?

Come un qualcosa di lasciato in sospeso anche se artisticamente non mi sono fermata mai, per molti anni mi sono dedicata alla poesia ricevendo anche diversi riconoscimenti. Però il teatro mi mancava.

Come ha superato questa mancanza?

Non si può superare. Infatti, dopo vent’ anni, sono tornata ad occuparmi di teatro con la compagnia teatrale di Breccia insieme ad un collega di lavoro. Successivamente, abbiamo deciso di fondare un gruppo teatrale insieme ad altri colleghi dell’ospedale Sant’Anna e nel 1998 è nata la compagnia Quelli del XXVI luglio, chiamata così perché proprio in quel giorno si festeggia Sant’Anna, di cui sono la Presidente.

Quale finalità si pone la compagnia?

Quasi subito ci siamo chiesti come potevamo mettere a frutto questa nostra passione, come potevamo essere utili alla comunità e così abbiamo iniziato a collaborare con numerose associazioni: portavamo i nostri spettacoli per contribuire alla raccolta fondi che serviva a finanziare tutte queste realtà, composte prevalentemente da volontari.

La compagnia Quelli del XXVI luglio è composta da persone, oggi quasi tutte in pensione, che lavoravano in ospedale. Quanto ha inciso la vostra professione nella scelta di unire il teatro alla solidarietà?

Ha inciso molto perché il contatto costante con la malattia ha sensibilizzato molto la nostra percezione nei confronti della sofferenza. La molla che ci ha spinti ad agire è stata la necessità di portare serenità in situazioni difficili, credo sia impossibile fare teatro senza farsi carico della responsabilità sociale.

Con quali associazioni e istituti collaborate?

Principalmente con associazioni che offrono assistenza ai malati affetti da particolari patologie, con quelle che operano nel sociale in Italia e all’estero e con le case di riposo. Queste ultime ci hanno dato un’emozione particolare: dovevamo creare spettacoli brevi e vari, con canzoni d’epoca in grado di risvegliare la loro fragile soglia d’attenzione. Volevamo distrarli da una routine composta da noia e sofferenza.

Cosa le ha insegnato questa attività?

Innanzitutto quanto sia diffusa la solidarietà ma anche quanto sia difficile operare nel sociale. Ho conosciuto i miei limiti pur chiedendomi continuamente in che modo potessi evolvermi, in che modo potessi portare un valore aggiunto nella società. Credo che reinventarsi significhi anche questo.

Lei si è reinventata molte volte nell’arco della sua vita.

Sì. Reinventarsi significa accettare i cambiamenti ma anche saper scoprire dentro di sé nuove capacità e talenti, senza aver paura di assecondarli. Limitare la nostra creatività all’età è solo un pregiudizio dettato dalla paura del cambiamento, da un pensiero sociale che attribuisce troppo valore alla gioventù e alla bellezza. Soprattutto per una donna. Invece invecchiare è un valore, significa acquisire consapevolezza anche dal punto di vista creativo.

E questa sua metamorfosi l’ha portata anche al cinema indipendente, dove si è relazionata con moltissimi giovani.

Sì, da circa un anno collaboro come attrice con l’associazione Millennium 82. All’inizio ero timorosa, temevo di parlare un linguaggio diverso invece si è creata subito la sinergia giusta, la mia età non è stata considerata un limite bensì un valore. In fondo siamo membri della stessa umanità pur mantenendo le nostre diversità.

I video a cui partecipa sono spesso destinati ai social. Come ha vissuto il suo ingresso nel web?

Non è stato molto traumatico: prima il riscontro arrivava dall’applauso ora dai like. La comunicazione è mutata ma noi possiamo abbracciare il cambiamento.

Quale messaggio si sente di dare alle nuove generazioni di artisti?

Gli direi di ascoltarsi. Di accettare le loro paure, di cercare dentro di sé la loro identità e il messaggio che vogliono portare nel mondo.

 

Arte, solidarietà e cambiamento. In fondo abbracciare la vita significa questo.

Simona Di Domenico

 

 

 

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