CANTÙ - Tre storie semplici di Resistenza a Cantù. Tre racconti autentici, tramandati dai nonni, che provano a far capire cosa voglia dire vivere sotto una dittatura. Per far comprendere ancora meglio perché oggi il 25 aprile è un giorno di festa nazionale.
LA RIVINCITA DI NANDO CASATI
Nando Casati, classe 1890, era un vecchio socialista che mal soffriva la dittatura fascista ed aveva accuratamente preparato la sua rivincita a fronte dei tanti, troppi soprusi che aveva dovuto subire.
Così il 27 aprile 1945, il vecchio Casati apparve in piazza Garibaldi trascinando un carrettino sul quale aveva issato, come si vede nella foto, un busto in gesso di Mussolini sotto un quadro che riproduceva l’effigie di Giacomo Matteotti e si unì al corteo dei partigiani che si recavano in via Matteotti a rendere omaggio ai loro caduti: Angelo Longoni e Giuseppe Anglieri.
Quel quadro di Giacomo Matteotti era lo stesso che il 25 luglio del 1943, alla notizia della caduta del fascismo, Nando Casati aveva tirato fuori dal nascondiglio dove lo aveva occultato per tutta la durata della dittatura per esporlo con cura e soddisfazione nella vetrina del suo negozio.
Ma dopo il 25 luglio venne l’8 settembre ed il povero Casati, per quel piccolo gesto, finì nella lista degli “elementi antinazionali ed antitedeschi” della Repubblica Sociale Italiana subendo, per opera dei fascisti canturini, arresti, interrogatori, bastonature e adeguata degustazione di olio di ricino tanto da essere costretto a ricorrere ogni volta alle cure del dottor Attilio Cariboni.
Così, in silenzio, aveva preparato la sua rivincita. Lo aveva confidato agli amici più stretti; “Ce l’ho in camera. Quando sarà il momento lo porterò in piazza”.
E così fece: “Adesso ti do tante legnate quante tu ne hai date all’Italia!” esclamò. Ed in men che non si dica distrusse con un bastone il busto in gesso di Mussolini che aveva clandestinamente ma lungamente e con cura preparato.
Foto tratta da I giorni della insurrezione di Gianni Paini
QUEL “PATTUME” DEL MASSIMIN ROMANÒ
Alfredo Romanò (ma per tutti era il Massimin) era nato nel 1894 alla cascina Santegàda, fra Montesolaro e Figino, ed era un uomo calmo, tranquillo e di poche parole. Uno di coloro di cui solitamente si dice “El parla puch ma ‘l segna” (Parla poco ma, quando lo fa, lascia il segno).
Pur essendo figlio e nipote di contadini, il Pa’ Menich aveva pensato per lui un futuro assai diverso da quello di tutti i suoi fratelli e, terminate le scuole elementari, l’aveva messo a bottega dal Paleari: falegname, questo sarebbe stato il suo mestiere.
Si era iscritto al partito socialista e mal soffriva la dittatura fascista che nel frattempo Mussolini aveva instaurato. Pur non rinunciando a manifestare apertamente le sue idee, usava tuttavia attenzione e cautela anche perché, con una moglie e tre figli piccoli, non poteva certo permettersi di essere imprudente o sconsiderato.
Nessuno però sa cosa gli prese quel giorno all’inizio degli anni Trenta quando, provocato insistentemente ed oltre il lecito da un gruppetto di fascisti a proposito delle sue idee politiche, afferrò una bottiglia che si trovava sul bancone del Cantinun e la scagliò con violenza contro di loro, colpendone uno.
Capì immediatamente di averla combinata grossa e, senza attendere oltre, corse a casa, raccolse poche cose e fuggì verso i boschi della Birintina, ben sapendo che di lì a poco i fascisti avrebbero scatenato una autentica caccia per "fargliela pagare" e vendicare così l’onta subita.
Mentre il Massimin vagava fra le cascine ed i boschi della estrema periferia di Cantù, la Maria, sua moglie, rivolgendosi a tutte le conoscenze che sapeva avrebbero potuto darle una mano in quella circostanza, era riuscita ad ottenere un colloquio con il podestà con l’intento far cessare la persecuzione che il gesto di suo marito aveva innestato.
Di fronte al podestà usò tutti gli argomenti ai quali aveva pensato in quei giorni terribili e pieni di ansia per la sorte del marito e quando questi alzò gli occhi dalle carte che fingeva di leggere e si mise, impettito, di fianco alla scrivania capì che il colloquio era finito ed attese la “sentenza”:
“Vostro marito è come il pattume che l’onda del mare getta sulla rena”
scandì il podestà con tono aulico e grave ad imitazione dei discorsi del duce e le impose di far allontanare il Massimin da Cantù senza peraltro assicurargli che l’episodio sarebbe stato privo di conseguenze.
IL CORAGGIO DI DORINA ALLEGRI
Era nata a Milano nel 1904, Dorina Allegri, e a Cantù si era trasferita nel 1923 in vista del suo matrimonio che venne celebrato l’anno successivo. Era operaia tessile e lavorava alla Vergani.
Per condizione sociale e per tradizione familiare, la Dorina sentiva forte un senso di avversione verso la dittatura ma, in mancanza di qualsiasi collegamento con le organizzazioni clandestine di lotta al fascismo, si limitava a propagandare genericamente le sue idee presso le altre operaie della Vergani.
Finalmente, nei primi mesi del 1944, anche alla Vergani si costituì una Sap (Squadra di azione patriottica) e la Dorina si mise immediatamente a disposizione del suo responsabile, Mario Ravedoni, riprendendo con maggior convinzione di quanto non avesse potuto fare fino ad allora la sua opera di propaganda.
All’inizio del marzo del 1944 anche nel Canturino scoppiarono una serie di scioperi che interessarono numerose aziende della zona. Il 2 marzo scesero in sciopero gli operai della Salmoiraghi di Cantù e nei giorni successivi toccò a quelli delle Ferriere Orsengio e della Taglietti di Figino Serenza ed ancora a quelli dell’Aereonautica Lombarda.
Anche le operaie della Vergani aderirono allo sciopero ma alle rivendicazioni di carattere salariale aggiunsero la richiesta di una migliore alimentazione per i loro figli poiché il pane e gli altri alimenti che potevano essere acquistati con la tessera annonaria si rivelavano del tutto insufficienti.
A ragione di questa rivendicazione la Dorina condusse le sue compagne di lotta davanti al municipio dove il commissario prefettizio, impotente di fronte alla protesta ed allo sdegno della massa delle operaie, non trovò di meglio che chiamare in aiuto le autorità tedesche.
Quando i militari tedeschi giunsero sul posto, un ufficiale nazista rivolgendosi alle operaie disse:
“Per dei prigionieri come voi italiani è già troppo quello che diamo!”
Al che la Dorina si fece portavoce delle sue compagne e ribatté coraggiosamente all’ufficiale nazista ed ai traditori fascisti presenti alla scena:
“Se siamo dei prigionieri, perché ci strappate i nostri figli per continuare la guerra?”
Ma non ebbe tempo di terminare la frase perché i nazisti intervennero con la forza e le minacce costringendo la Dorina e le sue compagne a fuggire per evitare di venire colpite dai pugni, dai calci e dai colpi che i soldati sferravano con il calcio dei fucili.
Enzo Marelli






