CANTÙ – Il prima metteva loro il sorriso, il poi, invece, li induce a preoccupazione. Sulle vetrine di alcuni negozi di via Matteotti, in pieno centro, compare un manifesto con abbondanza di firme distribuite sulle due estremità e facenti capo al gruppo "Cantù città d'arte". Al centro una scritta eloquente: "basta".
Basta a che cosa, gli estensori del comunicato lo esprimono senza andare per slalom verbali nella parte centrale del comunicato. "Basta lamentarsi e piangersi addosso – vi si legge - che via Matteotti era il salotto di Cantù ora sta diventando un corridoio, Cantù è città d'arte ma si parla di molti eventi (adesso è il turno della cassoeula) tranne che di arte". Insomma, reprimenda su tutta la linea su ciò che, ad avviso degli estensori del comunicato rivolto ad autorità e organi di informazione, ha costituito il deteriorarsi progressivo di uno dei punti nevralgici del salotto cittadino.
Il comunicato prosegue poi con un invito accorato: ripartire dai bambini "che ammirano e dipingono arte che tutto il mondo ci invidia". Ma la missiva abbraccia anche un altro aspetto ritenuto degenerativo, il ricorso all'esterofilia spinta: "noi siamo esterofili – si legge – come capitò per Fiume che ha ben trenta opere d'arte in Vaticano ed è diventato famoso come artista spagnolo". Il riferimento è a Salvatore Fiume, personalità artistica poliedrica e raffinata che si cimentò con disinvoltura e padronanza artistica in vari campi, dalla pittura alla scultura fino alla letteratura.
Insomma, l'appello pare non prestarsi a fraintendimenti: Cantù ha tutte le carte in regola per essere una cittadella dell'arte, occorre quindi farla tornare ad assumere questa vocazione. Che non ha, con evidenza, nulla a che vedere con qualche ghirigoro sparso per la via e non esattamente destinato a qualche museo.
C. Co.






