LA STORIA – Quel 29 giugno di 930 anni fa, nel borgo di Canturio…

mercoledì, 29 giugno 2016

santa maria cantùAll’alba del 29 giugno 1086 un gruppo di monaci lasciava il monastero di San Giovanni Battista di Vertemate e si incamminava a passo svelto lungo la strada che, superato il Sevisso, saliva verso il villaggio di Cuzago.

Oltrepassata questa località nei pressi della Canonica dei Santi Protaso e Gervaso, proseguivano nel loro cammino attraverso i vigneti di Sotulino ed i castagneti di cui era ricco quel versante della collina dal quale si scorgeva, sul fronte opposto, il borgo di Canturio che si andava illuminando al sole dell’alba.

Terminata la discesa e superato il guado della roggia Mairola nel fondovalle, i monaci proseguivano l’ormai non più agevole cammino su per la ripida salita della via Cava per raggiungere, faticosamente, lo scosceso costone orientale del borgo.

Qui la strada, piegando repentinamente verso nord alla ricerca di un punto più agevole per addentrarsi fra le case, incrociava, nei pressi di Porta Ruscana, quella che, passando all’esterno della palizzata innalzata a difesa del borgo e costeggiando il terrapieno del murazzo, conduceva a Porta Fontana ed alla strada per Como.

Ma chi erano quei monaci che, alternando il fitto parlottare fra loro alla recita di preghiere e litanie come era d’uso fare nell’ordine al quale appartenevano, si apprestavano ad entrare nel borgo?

Alla testa del gruppo camminava un monaco dalla figura slanciata e dal portamento altero al quale tutti si rivolgevano con deferenza. La veste nera che indossava, stretta in vita da una rozza cintura, rendeva ancor più magra ed alta la sua persona e ne accentuava l’aspetto severo. Si trattava dell’abate di Cluny, il prestigioso ed influente Ugo di Semur, che da oltre trent’anni guidava l’ordine con prudenza e cautela ma anche con rigore e polso fermo.

Accanto a lui camminava il priore del monastero di San Giovanni Battista, Gerardo, l’unico del gruppo che poteva vantare un vero e profondo rapporto di amicizia con l’abate e che proprio per questo mostrava di avere con lui dimestichezza e confidenza. Egli rispondeva alle domande di Ugo dilungandosi, talvolta, ad illustrare anche il proprio punto di vista sulle questioni che gli venivano poste quando la sua non coincideva con l’opinione dell’abate. Si trattava di qualcosa che solo pochissimi fra gli appartenenti all’ordine di Cluny si potevano permettere poiché erano tenuti all’obbedienza assoluta all’abate ed alla gerarchia.

oddone di cluny

Oddone di Cluny

I due si conoscevano da lunghissimo tempo e la considerazione che Ugo aveva per Gerardo era tale che quando egli si trovò nella necessità di indicare quello che avrebbe dovuto essere il primo priore per l’abbazia de La Charité-sur-Loire, la “fille ainée”, la primogenita, di Cluny appena edificata, non ebbe alcun dubbio ed affidò questo incarico proprio a Gerardo.

In posizione mediana fra Ugo di Semur ed il priore Gerardo ed il gruppo di monaci che si manteneva in coda al piccolo corteo che si era formato, forse a causa di una sua personale modestia o per un suo naturale ritegno, camminava, solitario, un uomo che, per via degli abiti che indossava, si capiva che non poteva far parte dell’ordine ma doveva essere un laico.

Il suo nome era Lanfranco ed era il figlio di Otta e di Alberico da Martinengo. Anch’egli godeva della stima e dell’amicizia dell’abate Ugo anche se in maniera diversa rispetto a quella che Ugo nutriva per Gerardo. Lanfranco era ormai da tempo impegnato nell’opera di diffusione e di organizzazione delle fondazioni cluniacensi in terra lombarda e ciò aveva fatto di lui una sorta di rappresentate laico dell’ordine in quelle terre.

Egli aveva incontrato l’abate Ugo pochi mesi prima a Casalello, un villaggio non lontano da Robbio, nella diocesi di Vercelli e ne aveva approfittato per invitarlo a visitare il suo vecchio amico, il priore Gerardo, e a dare la propria benedizione a una nuova fondazione cluniacense. Ugo era in viaggio per Roma dove avrebbe presenziato all’elezione del nuovo Papa e promise che, sulla strada del ritorno a Cluny, avrebbe volentieri fatto una sosta presso il monastero di San Giovanni Battista.

Grazie alla frequentazione e alla ormai pluriennale amicizia che aveva saputo intrecciare con il vescovo comasco Rainaldo, Lanfranco aveva portato il suo impegno in favore di Cluny anche in quelle terre al confine fra le diocesi di Como e di Milano.

Era a lui, infatti, che andava ascritto il grande merito di aver creato le condizioni per la fondazione del monastero di San Giovanni Battista, lo stesso di cui Gerardo era il priore. Ed era ancora conseguenza di una sua iniziativa la ragione per cui l’abate Ugo e il priore Gerardo si erano messi in cammino, quella mattina, verso il borgo di Canturio.

Attraversata la Porta Ruscana, i monaci si trovarono a percorrere alcune strette viuzze in mezzo agli orti e, man mano che le case si infittivano, compresero di essere ormai giunti alla meta.

Nei pressi della piazza del mercato, infatti, erano attesi da un gruppo di persone che, nonostante fossero state avvertite del loro imminente arrivo da un messaggero che, appostato sul murazzo, aveva seguito la loro marcia di avvicinamento al borgo, manifestavano il nervosismo e l’agitazione dell’attesa. D’altro canto non poteva essere altrimenti perché la fama di santità che circondava l’abate Ugo aveva raggiunto anche il borgo ed era ben conosciuta anche la sua assiduità e vicinanza al Papa e le sue regali frequentazioni.

Due di loro fecero qualche passo nella direzione dei monaci cosicché il priore Gerardo e Lanfranco da Martinengo, che già conoscevano e coi quali avevano dimestichezza e confidenza, si apprestarono a presentarli all’abate Ugo.

notaio medievaleI due, visibilmente eccitati, si inchinarono e baciarono le mani ad Ugo e, dopo pochi convenevoli, il più corpulento dei due, il notaio del sacro palazzo Lanzo, indicando la strada con ampi gesti delle braccia, lo invitò a raggiungere una casa nei pressi della piazza dove egli aveva la sua statio, il suo ufficio. Si venne a comporre così un piccolo corteo che aveva il notaio e l’abate Ugo alla testa seguiti dal priore Gerardo, da Lanfranco da Martinengo e da colui che aveva espresso il desiderio di donare parte dei suoi beni al monastero di San Pietro di Cluny.

Di spirito profondamente religioso, convinto assertore della necessità di vivere secondo gli insegnamenti della religione, Omodeo Tanzi, questo era il nome del benefattore, era pervaso da una spiritualità quasi monacale. Viveva il proprio rapporto con Dio in maniera profonda anche se riservata e, pur avendone i mezzi, rifuggiva da ogni sfarzo e da ogni ostentazione di lusso. Eppure il nipote di Bonizone Tanzi, il figlio di Malberto e Benedetta ne avrebbe avuto la possibilità. I Tanzi erano infatti la più ricca o almeno una delle più ricche famiglie del borgo. Non erano nobili né tantomeno detenevano diritti di giurisdizione sul borgo ma vantavano estese proprietà in mansi, mulini, terreni, vigneti, castagneti, boschi e selve, sia nel borgo che nei villaggi vicini. Pur avendo eletto la propria residenza in Milano, Omodeo trascorreva molta parte della sua vita nella pieve di Galliano. E lo faceva molto volentieri sia a causa delle necessità legate all’amministrazione delle sue proprietà ma anche per il fatto che gran parte della sua famiglia, di cui egli veniva giustamente considerato l’esponente di maggior spicco, viveva in Canturio.

Il notaio Lanzo invitò l’abate Ugo e Omodeo a prender posto su due sgabelli di legno appositamente collocati di fronte al proprio scrittoio sul quale aveva già predisposto la pergamena intonsa sulla quale avrebbe redatto l’atto di donazione. Invitò anche coloro che avrebbero svolto il ruolo di testimoni a prender posto immediatamente alle spalle di Ugo e di Omodeo. Rapidamente Lanfranco da Martinengo, Aldone, Vitale, Liuprando ed un altro uomo di nome Lanfranco si disposero a semicerchio dietro i due più illustri ospiti.

Lanzo verificò soddisfatto che tutto fosse disposto secondo i suoi desideri e si avvicinò allo scrittoio, intinse la penna d’oca che aveva in precedenza appuntito e fessurato, nel corno di toro che fungeva da contenitore dell’inchiostro e invitò Omodeo a prendere la parola.

“Il mio nome è Omodeo Tanzi, cittadino milanese. Sono figlio di Malberto e di Benedetta – disse a bassa voce e con visibile emozione avviando il discorso che aveva lungamente preparato – Affermo che ogni uomo che vive su questa terra si deve comportare sempre in modo che tutto il suo operato sia ben accetto a Dio conducendo una vita irreprensibile. E a Dio deve offrire la purezza delle sue azioni in modo che così comportandosi possa conquistare, grazie alla protezione di Cristo, la vita eterna”.

Fatta questa premessa, Omodeo ribadì la propria volontà di donare al monastero di San Pietro di Cluny una serie di sue proprietà che cominciò ad elencare a una a una illustrandone le caratteristiche e individuandone i confini.

La prima di queste proprietà era un manso che egli possedeva a Fecchio e di cui aveva affidato la conduzione a Giovanni detto Clericiolo e alla sua famiglia. La proprietà comprendeva terreni, vigne, case coloniche e altri edifici rurali quali stalle e magazzini. Giovanni su quei terreni coltivava panico e segale, curava la vigna e allevava ovini ed altri animali da cortile. Per tutto questo Giovanni gli corrispondeva un affitto annuale rappresentato da sei congi di vino, tre staia fra panico e segale, un agnello del valore di otto denari e due polli.

Una seconda proprietà che Omodeo donava era composta da un terreno e da un castagneto di poco più di cinquecento tavole che si estendeva lungo la via Cava che, insieme ad un terreno di proprietà della chiesa di Sant’Antonino “ad prata”, ne determinava anche il confine.

La via Cava delimitava la parte meridionale di un altro sedime che Omodeo dichiarava di voler donare e sul quale si trovavano degli edifici in pietra circondati da una vigna e da altre piante. Si trovava nei pressi della Porta Ruscana ed era compreso fra alcune proprietà degli eredi di un tal Giovanni e la strada del murazzo.

Tutti coloro che erano presenti nella stanza seguivano con attenzione e in silenzio il discorso di Omodeo consci, forse, della straordinarietà dell’atto che si stava stipulando, tanto che si poteva udire distintamente lo scricchiolare della penna che la mano abile del notaio Lanzo faceva volteggiare sulla pergamena.

“Offro tutti questi beni – continuò Omodeo – quale mercede per l’anima del mio avo Bonizone, di mio padre Malberto e di mia madre Benedetta, di Oldrado, mio figlio, e di tutta la mia famiglia”.

Poi, volgendo lo sguardo verso l’abate Ugo e il priore Gerardo, concluse il suo discorso con una richiesta: “Chiedo a voi, abate Ugo, a tutti i monaci che si trovano nel monastero di San Pietro a Cluny e ai monaci e alle monache che il priore Gerardo ha ordinato, di pregare per la redenzione della nostra anima”.

Il notaio Lanzo ripose la sua penna sullo scrittoio e, in un silenzio che nessuno aveva il coraggio di rompere per via dell’emozione che ancora riempiva la stanza, chiese ai testimoni di avvicinarsi per apporre il proprio segno della mano sul documento appena stilato.

Solo dopo che tutti i testimoni ebbero terminato questa operazione Omodeo si alzò e abbracciò lungamente prima l’abate Ugo e poi il priore Gerardo stemperando la tensione e dando quel segnale di cui tutti erano ormai in attesa.

Nel frattempo sulla piazza, in attesa della conclusione delle operazioni che si svolgevano nella “statio” di Lanzo, si era radunata una piccola folla composta da borghigiani e forestieri giunti dai villaggi vicini. Donne, uomini e ragazzi facevano corona ad un gruppo di giovani donne coperte da un grossolano saio scuro che, a capo chino e mani congiunte, recitavano in coro, ma con un fil di voce, orazioni e preghiere.

Una di loro faceva da guida nella recita delle litanie e da tutti gli astanti veniva indicata come colei che avrebbe dovuto assumere il ruolo di badessa della piccola comunità monastica che quel giorno si sarebbe costituita.

Si trattava di Agnese, la giovane figlia di Aldone di Guanzate e di sua moglie Burgundia che, insieme a suo fratello Villanus, quella mattina l’avevano accompagnata fino a Canturio, consapevoli che, da quel giorno, non l’avrebbero più rivista. 

Quando l’abate Ugo, insieme al priore Gerardo, apparve sulla porta dell’ufficio di Lanzo, le giovani si mossero verso di lui e, giunte a breve distanza, si inginocchiarono.

Ugo le fece alzare ad una ad una abbracciandole mentre il priore Gerardo ne pronunciava il nome e lo informava circa la genuinità della loro vocazione, la preparazione che aveva loro impartito e la professione di fede che, da ciascuna di loro, aveva raccolto. Gerardo era orgoglioso di quel gruppo di ragazze che aveva ordinato secondo le regole che lo stesso Ugo aveva stabilito per l’altro e, sino a quel momento, unico monastero femminile dell’ordine di Cluny, quello di Marcigny.

Il sole aveva ormai invaso per intero la piazza quando si avviarono in direzione di Porta Ruscana, verso quegli edifici che, poco prima, Omodeo aveva dato in dono all’abate Ugo. Lo stesso Omodeo ed il priore Gerardo avevano preparato quel luogo in maniera tale che potesse accogliere quella piccola comunità monastica dotandolo di tutte le suppellettili necessarie alla vita delle monache.

Giunti davanti al portone di accesso alla vigna ed all’orto che circondavano la casa, il corteo si arrestò e le monache varcarono quella soglia dove avrebbero vissuto in clausura per il resto della loro vita.

pergamena monastero santa maria

Enzo Marelli

 

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