CULTURA – L’olocausto con gli occhi dei bambini alla scuola Turati

sabato, 6 dicembre 2014

CANTÙ - Iniziativa di spessore della  scuola secondaria "Filippo Turati" che, in occasione della celebrazione della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, ha voluto ricordare con una mostra una delle pagine più cupe del secolo breve: i ragazzi del ghetto di Terezin (Repubblica Ceca).

A partire dal novembre del 1941,  i primi ebrei furono imprigionati nel Ghetto di Terezin. Fra loro, anche 15.000 bambini. In poco tempo la Gestapo prese il controllo della cittadina, trasformando la "piccola fortezza" in prigione- eine kleine Festung –. Non mancano racconti e testimonianze sulla crudezza e le difficoltà vissute in quegli anni a Terezin e si stima che in quei tristi anni vennero deportati nella città  più di 140.000 ebrei: oltre 30.000 morirono nel campo, quasi 90.000 furono deportati nei ghetti orientali e nei campi di sterminio. Quando la guerra finì, solo 17.247 erano sopravvissuti.

Proprio in questo tetro scenario senza prospettiva e in condizioni di vita disumane e precarie, mai si spense completamente la fiaccola della speranza e la volontà di riscatto. Furono proprio i più giovani il cuore di questo atteggiamento di coraggio. Nacque quindi un progetto per restare umani. Sfidando la deportazione e la morte,  ci si adoperò affinché i bambini e i ragazzi potessero continuare a giocare, ad imparare, ad esprimersi. E venne addirittura organizzata una scuola clandestina: senza testi e barattando le modeste razioni di pane con carta, matite, colori. A Terezin fu organizzato anche  un sistema di istruzione di diversi gradi, in base all'età dei bambini. Con l'aggiunta di poesia, disegno, musica e teatro.

Una storia che inumidisce le pupille e che la scuola Turati vuole ricordare proprio attraverso gli occhi dei bambini, grazie alla mostra di disegni e poesie dei ragazzi che sarà visitabile nella scuola fino al 13 dicembre. Un viaggio nel tempo e un percorso che inevitabilmente scava nell’animo e porta a porsi domande. Ma che accende anche inevitabilmente un sorriso di speranza.

R. P.

 

 

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