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CANTÙ – Quando il colloquio di lavoro è solo una perdita di tempo

sabato, 17 dicembre 2016

interview-1018332_960_720CANTÙ – I colloqui-fuffa, nell’infelice congiuntura storica in cui ci troviamo, rappresentano uno degli antidoti più efficaci contro l’angoscia della morte, contro le crisi isteriche, e potrebbero rappresentare anche un buon metodo per neutralizzare lo stress o per sublimare le tensioni nervose. Uscendo da questi colloqui, il potenziale candidato sperimenta un singolare stato di benessere, di assenza, quel genere di sensazione che si è soliti provare quando si ride a crepapelle. Lo scrivente può affermarlo senza timore d’essere smentito, perché parla per esperienza diretta.

Queste storie iniziano spesso con l’iscrizione a uno dei (cosiddetti) portali per la ricerca di lavoro, ed è precisamente ciò che è accaduto anche in questo caso. I datori di lavoro – fatto abbastanza curioso – decidono di compiere il primo passo, inviando una email senza che vi fosse stata alcuna iscrizione ad un’offerta o a un annuncio. Eccola:

Selezioniamo numero 2 figure da inserire nel nostro organico avanzato. Posizione richiesta: gestione e monitoraggio dei clienti. Verranno valutate candidature di persone dotate di: dinamicità, creatività, inventiva, buone attitudini relazionali e con il desiderio di sviluppare e consolidare l'esperienza. Motivato ad operare in team, il candidato si inserirà in un gruppo con la possibilità di lavorare orientandosi anche verso i mercati emergenti. Il ruolo a seconda delle attitudini e propensioni si evolverà verso un avanzamento di carriera. Iniziale affiancamento”.

Il colloquio, fissato per il giorno dopo, si sarebbe tenuto in un ufficio situato a pochi passi dal centro di Cantù. Il sottoscritto – nonostante fosse vagamente in apprensione per il tenore dell’email – si presenta all’appuntamento con cinque minuti d’anticipo, e viene immediatamente introdotto in un locale angusto e scarsamente illuminato.

Prego, compili questo test”, afferma una solerte impiegata, consegnandomi un assurdo test comprendente domande come “Quando fai baldoria ti lasci andare completamente?” o “Sei una persona onesta?”, quesiti deliranti a cui non si doveva rispondere con sì o no, ma con “Favorevole”, “Neutro” o “Contrario”. I primi sorrisi cominciavano inevitabilmente ad affiorare, ma riuscii comunque a mantenere la calma.

La fase successiva consisté nella spiegazione, da parte di una delle due selezionatrici, di tutto ciò che avrebbe comportato un immediato inserimento nel loro “organico avanzato”: alte provvigioni, lavoro di gruppo, avanzamenti di carriera, eccetera eccetera. Il tutto corredato da acute digressioni sulla solidità del patrimonio aziendale, sulla qualità degli sponsor, sugli articoli di giornale – piuttosto datati – in cui si parla dell’azienda. Dopo un quarto d’ora di spiegazioni, la selezionatrice conclude il suo discorso con una gradita attestazione di stima per tutti i presenti: “Se siete qui, significa che non siete stati accettati in nessun altro posto”. Grazie tante, davvero.

È il momento dei colloqui individuali: le due donne si siedono attorno a due tavolini posizionati ai capi opposti del locale, e iniziano a chiamare i candidati.

“Descriviti con tre aggettivi”, dicono a un giovane di vent’anni. Lui è impacciato, esitante. “Simpatico…solare…”, aggiungerà poco dopo (senza troppa convinzione).

A quel punto, la selezionatrice inizia a parlare di un fantomatico corso di formazione (a pagamento) che sarebbe iniziato l’indomani pomeriggio. “I 30 euro d’iscrizione devono essere versati in anticipo”. Il ragazzo, piuttosto a disagio, borbotta di non avere con sé nemmeno una banconota. “Nessun problema”, dichiara la giovane selezionatrice, “Qui fuori c’è un bancomat, lo troverai esattamente all’angolo della strada”. Messo con le spalle al muro, il ragazzo non ha scelta: lentamente si alza e, con aria smarrita, si avvia fluttuando verso l’uscita dell’ufficio.

È il mio turno. Avanzo fieramente verso il tavolo, prendo posto e sorrido alla giovane donna seduta davanti a me. Le domande sembrano infastidirla – l’avevo già lasciata di stucco con i tre aggettivi: ellittico, iperbolico e anodino – e quando le chiedo come si svilupperà il lavoro, come dovremo procurarci i clienti – tutte domande legittime - lei sembra esitare. Alla fine, dato che avevo iniziato a parlare dei possibili guadagni, lei mi pone questa domanda: “Ma tu, quanto vali?”

Spiazzato – ma non troppo – risposi: “Abbastanza, direi. E lei?”

“Io? 60.000 euro”.

Dopo alcuni istanti – ignorando il mio “Appena?” - spiegò che quella cifra rappresentava il suo obiettivo di guadagno, l’ammontare che sperava di raggiungere attraverso il proprio lavoro. A quel punto, esasperata dalle mie domande, la donna rivelerà finalmente che oltre ai 30 euro di iscrizione al corso – che ovviamente non ho sborsato – avrei dovuto spendere altri soldi per acquistare i prodotti dell’azienda, i prodotti da rivendere e su cui fissare i miei obiettivi di crescita.

Nell’email iniziale non s’era accennato a nessuna spesa, e nella spiegazione introduttiva – basata sul concetto: “niente domande, tutto verrà rivelato a tempo debito” – le due selezionatrici s’erano ben guardate dal rivelare i dettagli del lavoro nella loro interezza. Quando chiesi ulteriori spiegazioni, la donna mi congedò con queste parole: “Non ci siamo. Il colloquio finisce qui: per me può bastare”.

Le ragioni di tanta reticenza, francamente, sfuggono alla mia comprensione (ma ci si potrebbe arrivare facilmente). Altrettanto incomprensibile sembra la scelta, da parte di molti datori di lavoro, di attirare numerosissimi inoccupati nei loro uffici per sottoporli a lavaggi di cervello, a discorsi tanto roboanti quanto inconsistenti, illudendoli – in un primo momento – di aver finalmente trovato l’opportunità di cui erano in cerca. Ma si sa, le vie del business sono infinite (e una di quelle da evitare potrebbe trovarsi proprio a Cantù).

Riccardo Intini

 

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il Canturino NEWS - supplemento quotidiano a Lario News, testata giornalistica registrata (Tribunale LC n. 234/2015)