CANTÙ - Non amava le imprese scontate, Francesco Corrado. Nello sport come nella vita sapeva che non sempre vince il più forte e che spesso le imprese impossibili si possono ribaltare sul campo. Per questo quella sera del lontano 1997 non attaccò il telefono quando dall’altra parte della cornetta l’allora sindaco Edgardo Arosio gli chiese di salvare la Pallacanestro Cantù.
Chissà se in quel momento a prevalere non fu il senso del dovere sabaudo, che uno come lui nato a Cortina d’Ampezzo aveva imparato dal padre nei lunghi anni degli studi e della formazione ad Acqui Terme, di sicuro non il pragmatismo brianzolo, che pure conosceva visto che a Cantù era nata la sua fortuna.
Se avesse ascoltato il portafogli Corrado sarebbe dovuto scappare a gambe levate, ma quella volta come mille altre ancora ascoltò il suo cuore. La leggenda vuole che non dormì una notte intera per contattare i suoi amici imprenditori che avrebbero potuto dargli una mano, ma l’indomani in municipio di fronte al sindaco si presentò da solo, firmando senza tremare l’assegno da un miliardo di vecchie lire che salvò la società e la faccia di Cantù.
Siccome la fortuna certe volte aiuta gli audaci le cose andarono bene e Corrado riuscì a risanare i conti, seppure tra infinite difficoltà, salvandosi anche dall’onta della retrocessione.
A premiarlo ci penso il sindaco Claudio Bizzozero, anni dopo, conferendogli la cittadinanza onoraria, e la Legabasket che lo scelse come suo presidente. Non fu l’unica impresa impossibile di questo impeccabile professionista, uomo fidato di tante aziende e liquidatore di colossi come la Breda negli anni del dopo boom, che per tutta la vita nelle occasioni pubbliche ha sempre vestito rigorosamente in gessato, compreso al Pianella, il tempio del basket dove andava a tifare con l’amatissima moglie Anna anche quando i tempi della presidenza erano lontani.

Chi l’ha conosciuto bene ricorda la sua grande passione in ogni cosa, quel fervore che lo portavano ad arrabbiarsi ferocemente quando pensava di aver subito un torto, la sua indomabile volontà che lo spingeva a non tollerare i soprusi. Mentre gli altri preferivano voltare le spalle o far finta di nulla Corrado guardava dritto negli occhi e se era il caso si scaldava, alzava la voce e batteva i pugni sul tavolo. Forse per questo amava così tanto le imprese impossibili, perché sapeva che infondo per lui non lo erano, da vero sportivo solo misurandosi con gli altri dava un senso alla sua vita. Con questo spirito ha accettato la presidente della Briantea84, della Ciclistica Canturina, del Basket Como, della Como Nuoto e anche della Como Calcio, anche in quel caso salvato per i capelli sull’orlo del fallimento.
Quel gigante che doveva tutto a Cantù, come amava ripetere nelle occasioni pubbliche, ma al quale la nostra città doveva tantissimo, si era accasciato per la prima volta tre anni fa, quando aveva perso la moglie Anna, al termine di una lunga malattia. Da allora aveva preferito delegare tanti impegni pubblici al figlio Alessandro, che l’altra sera è arrivato in volo dall’altra parte dell’oceano pur di tenergli per l’ultima volta la mano, ritirandosi nella sua abitazione dove andavano a trovarlo gli amici di una vita, quelli che erano ormai diventati il suo mondo.
Fece uno strappo alla regola l’autunno di un paio di anni fa, quando in tanti se lo ricordano al Pianella prendere la parola per dire la sua la sera in cui, come tanti anni prima, c’era da mettere in campo l’azionariato popolare per aiutare ancora una volta la pallacanestro. Fu lui a suonare la carica, alla sua maniera: arrabbiandosi e commuovendosi, perché ai suoi giganti voleva davvero bene, come un padre ai figli.
Ci piace pensare che se n’è andato con la consapevolezza che finalmente la sua squadra ha di fronte un futuro sereno: un grande campione è arrivato direttamente dall’NBA, c’è un palazzetto da costruire e forse questa sarà la volta buona.
“Ben fatto” avrebbe detto Francesco Corrado, accompagnando l’affermazione con un grande sorriso.
C. B.






