CASO WILLY – E. Marzorati: “Gli sport da combattimento non inneggiano a violenza”

giovedì, 10 settembre 2020

SPORT- La morte del giovane Willy Monteiro Duarte, avvenuta a Colleferro, ha sconvolto il nostro animo non solo per l'efferatezza dell'omicidio ma anche perchè ci ha ricordato, ancora una volta, che una feroce barbariE sopravvive e convive al nostro vivere civile ed è pronta ad eruttare improvvisamente e, come ricordava Hannah Arendt, inaspettatamente e banalmente.

Il giovane è stato colpito a morte da colpi, calci e pugni e, al momento, sono quattro gli indagati: i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, tutti dediti a sport da combattimento, ed in molti hanno puntato il dito contro questo tipo di discipline  così come, in casi simili,  sono state create analogie tra atti di violenza e videogiochi, film e star della musica, solo per citarne alcuni.

Affrontare il male, nella sua banalità, è complicato e forse l'illusione di trovare un facile responsabile è ciò che ci consente di definire qualcosa che però è tratteggiabile solo attraverso un faticoso sguardo critico e costruttivo: nessuna disciplina artistica o sportiva può spingere un essere umano alla violenza, può farlo solo una visione egoriferita con un un vuoto insaziabile da colmare in cui l'altro, semplicemente, non esiste.

Gli appassionati di sport da combattimento, e di tutte le discipline sportive, sanno bene quanto la violenza sia estranea al loro mondo, come sottolinea Elena Marzorati, comasca doc, tecnico e giudice di gara Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) e responsabile nazionale Aics (Associazione Italiana Cultura e Sport ).

Una donna tenace e al contempo di grande umanità, che da anni si impegna a portare i valori sportivi non solo nelle gare agonistiche ma anche nelle scuole, nei corsi pensati per i soggetti più fragili, nei corsi di autodifesa offerti alle donne per fornire loro strumenti in grado di proteggerle da aggressioni.

Marzorati, qual è il suo punto di vista?

Come professionista sportivo e come essere umano prendo assolutamente le distanze da quanto accaduto. La morte di Willy è segno di un'inciviltà che mi addolora e sono al fianco dei suoi cari e di tutti coloro che gli volevano bene. Il fatto che gli indagati coinvolti siano atleti dediti a sport da combattimento mi provoca rabbia e sconcerto.

Perché?

Perché gli sport da combattimento, come tutte le discipline sportive, insegnano il rispetto delle regole e dell'avversario, non solo: sono uno strumento importante per conoscere se stessi.

Si spieghi.

Gli sport da combattimento richiedono forza, concentrazione, armonia, determinazione e padronanza del proprio corpo. Tutte queste caratteristiche sono il frutto di una mente centrata, lucida e non in balìa di istinti barbari e primordiali: se non sei in grado di gestire la tue emozioni difficilmente riuscirai a diventare un grande atleta.

Uno strumento di crescita dunque.

Sì, lo sport è un inno alla vita e non alla violenza. Ti permette di maturare e acquisire consapevolezza dei tuoi limiti fisici e psicologici, infatti Fijlkam e Aics hanno come priorità la crescita dei ragazzi.

Come è potuto succedere allora?

Purtroppo sono state date armi pericolose a soggetti con problematiche psicologiche che evidentemente hanno saputo nascondere bene. Sono casi isolati, naturalmente, ma questo non lenisce il nostro dispiacere e ci spinge a chiare prese di posizione: uno degli indagati, Francesco Belleggia, è risultato essere un karateka affiliato alla Fijlkam ed è stato, ovviamente, radiato. Chi pratica questi sport sa molto bene che le tecniche apprese non possono essere portate al di fuori delle gare o delle sedute di allenamento, vale per gli atleti quanto per gli allenatori. Un pugile, ad esempio, pratica boxe sul ring e non in strada, ai danni di persone inermi. Questa è la differenza sostanziale tra un atleta che pratica sport da combattimento e una  persona violenta. Nessun atleta è portatore di violenza semmai il contrario.

S.D.D.

 

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