CANTÙ - Secondo il rapporto “Mafia e impresa: il caso della ‘ndrangheta nell’economia lombarda”, presentato da Confcommercio Milano con la collaborazione di Cross – l’osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano - un valido indicatore per comprendere le modalità d’infiltrazione dell’elemento mafioso nei nostri territori è rappresentato dal numero delle aziende confiscate: secondo l’agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, in Lombardia sono state sequestrate ben 345 aziende, l’8.63% del totale nazionale (i dati sono aggiornati a novembre). Altri indicatori, come suggerito dal rapporto, possono essere rappresentati dall’usura, dall’estorsione e da peculiari reati ambientali, come gli incendi. Il tema riguarda da vicino anche Cantù e la provincia di Como: il rapporto ha infatti sottolineato che le “locali” della ‘ndrangheta sono concentrate nella zona occidentale della Lombardia, tra Como, Monza Brianza, Varese e Lecco.
“L'economia mafiosa – si legge nel rapporto di Confcommercio - presidia di norma imprese in mercati legali in cui sono richieste una tecnologia non elevata e competenze fondamentalmente esecutive, o imprese di media-piccola dimensione che si caratterizzano per una bassa difficoltà gestionale e finanziaria (più sfuggevoli agli organi di controllo). Imprese che applicano le norme e dialogano con la pubblica amministrazione accettando in apparenza la concorrenza. Ma il mafioso conquista anche le imprese "sane": avvicina i titolari e corrompe i professionisti. Ma può anche capitare che sia l'imprenditore ad esporsi alla contaminazione della 'ndrangheta per più ragioni: guadagni sicuri, abbattimento dei costi, stare sul mercato in tempi di crisi. Ed è la necessità di risorse finanziarie che apre le porte dell'impresa "sana" ai gruppi criminali”.
Secondo i dati che emergono dal rapporto dell’associazione Avviso Pubblico “Amministratori sotto tiro”, peraltro, nel corso del 2016 in Lombardia gli atti intimidatori di natura mafiosa sono stati ben 18. E con tre casi segnalati, Como è la seconda provincia più colpita della regione (dopo Milano, con sei casi). Il mezzo più sfruttato per compiere le intimidazioni è l’incendio – quasi un caso su tre -, ma anche le lettere e i messaggi minatori, le aggressioni e le minacce attraverso i social network.
Secondo il rapporto, inoltre, ad essere presi maggiormente di mira sono gli amministratori dei piccoli centri. "I numeri ci dicono che troppi amministratori pubblici subiscono vari tipi di intimidazioni, sotto forma di violenza fisica, attentati a beni, minacce in varie forme – afferma il presidente della commissione Speciale Antimafia, Gian Antonio Girelli; - E i dati hanno il limite di non aver raccolto tutto quanto effettivamente e' avvenuto, essendo ancora da vincere una certa resistenza a denunciare".






