CANTÙ - Poche figure sono in grado di rapire l’immaginario collettivo come quella dell’artista e ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di appartenere a quell’universo di creatività, emozioni, applausi, eccentricità e successo.
Ci identifichiamo in coloro che danno vita ai pensieri che non possiamo o non abbiamo il coraggio di esprimere, ci emozioniamo quando riescono a far vibrare le corde segrete della nostra anima e giungiamo persino a idolatrare coloro che hanno avuto la benedizione di un talento artistico portatore di umanità e progresso.
Ma quando il sipario cala, gli artisti si ritrovano immersi in una realtà spesso psicologicamente difficile, precaria e dal futuro incerto ed è allora, e solo allora, che appare un eroismo che in pochi sanno vedere: l’eroismo di chi trova il coraggio di proseguire in nome di una passione irrinunciabile.
Una passione che Beatrice Marzorati, attrice e drammaturga canturina, rinnova ogni giorno.
Come ha esordito?
Il teatro mi ha sempre affascinata e a diciannove anni mi sono unita alla compagnia Teatroindirigibile di Figino Serenza, un’esperienza importante che ha maturato la mia curiosità in passione. Successivamente, all’università, ho avuto la fortuna di incontrare Laura Curino e con lei ho mosso i primi passi nel campo della drammaturgia.
Quando si dice il destino.
Sì è stato un evento decisivo: avere come docente una delle più straordinarie interpreti del nostro teatro è stato un privilegio e poter lavorare con lei un onore che mi ha permesso di raggiungere ambiti importanti quali Palazzo Madama e il Teatro Stabile di Torino, il Politecnico, la Fiera di Milano e il Piccolo Teatro. Un altro incontro determinante è stato quello con Davide Scaccianoce, con cui ho fondato la compagnia Equivochi che si occupa di spettacoli teatrali e laboratori didattici. Tutte queste attività mi consentono di vivere il teatro a trecentosessanta gradi.
Attori e drammaturghi viaggiano attraverso numerose personalità. Che cosa ha capito dell’animo umano?
Il teatro è un gioco che mostra l’essere umano come la somma di numerose sfaccettature, una creatura fragile e maestosa insieme. Indossare un’altra personalità, spesso distante dalla propria, ti insegna ad avvicinarti alle differenze senza pregiudizi, a scavalcare le apparenze, a porti delle domande.
Ciononostante il teatro italiano sta vivendo un periodo difficile.
Sicuramente la crisi economica, la mancanza di fondi e alcuni investimenti sbagliati hanno inciso molto, tuttavia il problema più gravoso rimane la mancanza di riconoscimento sociale: si sta smarrendo l’identità del teatro come punto di riferimento culturale e aggregativo della comunità.
A questo si aggiunge la concorrenza esercitata da altri mezzi di comunicazione.
È vero, ed è responsabilità degli operatori teatrali offrire proposte di qualità in grado di suscitare interesse nel pubblico. Allo stesso tempo è compito delle Istituzioni proteggere progetti di questo tipo perché contribuiscono allo sviluppo culturale e civile del nostro Paese.
Che consigli darebbe a chi si avvicina a questo mestiere?
Gli consiglierei di essere curioso e di sperimentare stili e ambienti diversi, senza snobismi o paure, perché ogni esperienza rappresenta una possibilità di crescita e arricchimento professionale.
Una compagnia amatoriale può rappresentare una valida partenza?
Assolutamente sì. Sicuramente le accademie professionali concedono un’offerta formativa completa ma non bisogna sottovalutare l’apporto che le compagnie amatoriali offrono alla comunità: ti insegnano a camminare sopra un terreno nuovo e ti offrono un tessuto umano di passione, allegria e condivisione.
Tutti aspetti che non sempre si riscontrano in ambiti professionali.
Esistono contesti simili anche nei circuiti professionali ma spesso questi equilibri vengono deteriorati dalle difficoltà economiche, dalle invidie, dall’ansia da prestazione, dall’egocentrismo e da una competitività sfrenata. Alle volte ci si sente davvero soli.
Infine c’è il pregiudizio nei confronti delle professioni artistiche.
Purtroppo sì, spesso mi chiedono quale sia il mio vero lavoro. Si fatica molto a concedere una credibilità professionale agli artisti, molti considerano il nostro mestiere un hobby da pagare in “visibilità”. Invece dietro a ogni spettacolo c’è la preparazione e il lavoro responsabile di persone che hanno investito in questa professione e che meritano rispetto, al pari degli altri.
Le difficoltà sono tante. Cosa spinge un attore a proseguire questa strada?
La risposta è nel respiro, quel respiro che coinvolge pubblico e attori all’unisono, quella sintonia perfetta che ripaga ogni sacrificio.
Simona Di Domenico






