CANTÙ – Il ricordo del pittore Ugo Bernasconi a sessant’anni dalla morte

giovedì, 2 gennaio 2020

CANTÙ - Sessant'anni fa moriva, a Cantù, l’intellettuale che sino ad oggi ha dato maggior lustro alla nostra città: Ugo Bernasconi. Cantù ha contratto con lui un enorme debito di riconoscenza che deve al più presto redimere, ma per adempiere a questo dovere non si può accontentare di aver dedicato al pittore la propria biblioteca pubblica. E nemmeno è sufficiente che abbia promosso la pubblicazione di un volume con una scelta delle lettere che ha indirizzato ad alcuni fra i più importanti intellettuali italiani della prima metà del Novecento.

Occorre fare molto di più perché Bernasconi ha fatto di Cantù non solo il centro dei propri affetti e il luogo dove si è andato via via affermando come artista ma anche il crocevia dell’intellighenzia nazionale fra il primo e il secondo dopoguerra. Bernasconi giunse a scegliere Cantù come proprio luogo di residenza per via di una serie di circostanze che si palesarono verso la fine della prima guerra mondiale, al momento del suo congedo dall’esercito dove si era arruolato come volontario, a causa delle sue precarie condizioni di salute. I medici gli suggerirono di curarsi soggiornando in campagna e Bernasconi scovò un annuncio sul Corriere dove si offriva un alloggio economicamente conveniente ed acconcio ad ospitare la famiglia.

Nel luglio del 1918 lasciò così la sua residenza milanese per trasferirsi a Cantù e più precisamente nella parte più alta e periferica, Montressone. Il primo periodo della sua vita canturina non fu certo tutto rose e fiori. Difficoltà economiche, famiglia numerosa (con la nascita dell’ultima figlia erano ormai otto le bocche da sfamare quotidianamente) e una certa difficoltà ad affermarsi come pittore lo videro trovarsi spesso in ambasce anche se, fortunatamente, all’ultimo momento, gli giungeva, insperato un qualche aiuto che gli permetteva di uscire dall’impaccio.

A ciò si aggiungeva il disagio di non poter spesso lavorare durante i mesi invernali a causa della mancanza di riscaldamento e della neve che frequentemente gli impediva addirittura di accedere al suo studio.
Tuttavia, la sua condizione, sia pur lentamente, col passar del tempo andò via via migliorando: qualche premio e un progressivo aumento di consenso fra il pubblico gli consentirono di crescere la sua brigata famigliare. Benché le sorelle Bernasconi si sentissero un po' escluse dal mondo essendo costrette ad abitare in quel di Cantù, è proprio in questo periodo, e da Montressone, che il pittore comincia a costruire quella fitta serie di amicizie e di relazioni con il meglio della cultura italiana, testimoniato, fra l’altro, dal ricco archivio della sua corrispondenza conservata alla Normale di Pisa.

Nonostante coltivasse queste non banali amicizie, Bernasconi mai si sottrasse dall’impegno per far crescere intellettualmente e culturalmente la comunità canturina. A cominciare, certo, dal sodalizio che costruì con un tormentato Ettore Brambilla e un supponente Francesco Pastonchi, coi quali amava percorre le strade, le stradicciole e quelle scalinate, ormai inopinatamente cadute in disuso, che permettevano di salire, dal basso del crinale, fino alla parte alta della città, discutendo di arte, di poesia e di filosofia. E talvolta inoltrandosi coi suoi sodali fino ai boschi di Verzago per deporre delle lapidi scherzose e celebrare così l’amore sconclusionato di Ugo Foscolo per la Cecchina Giovio.

Bernasconi fu anche il promotore del Circolo di Cultura, un sodalizio che, dagli iniziali venti soci, seppe diventare una associazione fra le più importanti di Cantù, promuovendo settimanalmente letture dantesche ma che fu anche capace di scelte assai originali e coraggiose come la promozione di conferenze sulla poesia dell’indiano Rabindranath Tagore o sullo scrittore e drammaturgo austriaco Stefan Zweig, militante pacifista e umanista.

Pochi, poi, conoscono un altro aspetto della vicenda umana di Ugo Bernasconi che tuttavia oggi, fortunatamente, è diventato pubblico per diretta testimonianza di chi ne fu protagonista. È infatti bello ricordare come il pittore canturino ebbe modo di ospitare nella sua nuova casa del Ronco, dove si era trasferito nel 1935, di far sedere al suo desco e di trovare qualcuno che finanziasse gli studi di una giovane canturina che, priva di mezzi, ha così potuto mettere a frutto il proprio ingegno e i propri talenti.

Nonostante il trasferimento al Ronco, cambiamento impensato e indispensabile scrive Bernasconi e frutto dell’insistenza delle sue donne per avere un’abitazione bella, moderna edi tipo cittadino, verniciata di bianco, il pittore non ha mai nascosto il suo rammarico per aver lasciato l’amata Montressone e di aver così perso il senso di paesano che aveva laggiù. Ed è proprio al Ronco che, il 2 gennaio 1960, Ugo Bernasconi ci ha lasciati.

Articolo a cura di Enzo Marelli

 

 

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