CANTÙ - Una battaglia lunga e faticosa per sconfiggere pregiudizi ed emarginazione: si potrebbe riassumere così l’operato della cooperativa Il Gabbiano di Cantù che da oltre trentacinque anni combatte per l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
Una storia fatta di silenzi e discriminazioni ma anche di coraggio, lungimiranza e la consapevolezza di chi, pur avendo tagliato molti traguardi, è consapevole che la strada verso una completa integrazione è ancora lunga come sottolinea Luigi Colzani, presidente della struttura.
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Quando è nata la cooperativa Il Gabbiano?
È nata trentacinque anni fa, da un’idea di padre Emilio Maroni. Negli anni ottanta il tenore di vita delle persone con disabilità era molto difficile: vivevano in casa, isolati dal resto della comunità. Padre Maroni decise di riunire quelle famiglie e, insieme a numerosi volontari, diede vita a questa struttura con lo scopo di ridare a queste persone la legittima dignità distruggendo quel silenzio composto da pregiudizio e vergogna.
Che tipo di servizio offrite?
La cooperativa accoglie pazienti, tutti maggiorenni, con disabilità medio-grave e si divide in due aree: quella socio-assistenziale e quella socio-sanitaria. L’area socio-assistenziale offre un percorso legato allo sviluppo delle autonomie ed è gestita da educatori, psicologi, oss e volontari. Quest’area è composta dal centro socio-educativo con servizio diurno e dal servizio residenziale che offre un’abitazione a tutti i pazienti che, per vari motivi, non hanno la possibilità di poter vivere nelle proprie case. La parte socio-sanitaria, invece, è aperta a tutta la cittadinanza ed è composta da una piscina ad acqua calda adatta all’infanzia e alla riabilitazione motoria, da un laboratorio di neuropsichiatria infantile e da una palestra.
Offrire dei servizi anche al resto della cittadinanza favorisce l’incontro tra le persone.
Esattamente. La nostra mission è l’inclusione sociale quindi fornire un terreno comune a realtà diverse è uno strumento prezioso per abbattere paure, pregiudizi e stereotipi.
Com’è cambiato l’atteggiamento della comunità nei confronti della disabilità?
C’è stata una significativa evoluzione anche se sono ancora molti gli ostacoli da superare, soprattutto per ciò che riguarda la conquista di un’autonomia personale e l’inserimento nel mercato del lavoro. Molta strada è stata percorsa ma permane ancora la difficoltà di vedere nella persona con disabilità una risorsa su cui poter investire.
Che percezione ha di sé la persona con disabilità?
Dipende dal grado di disabilità. Coloro che hanno la possibilità di essere consapevoli non sempre reagiscono in modo positivo, Il percorso verso l’accettazione può essere molto difficile e ricco di crisi depressive, soprattutto per i più giovani. Ci sono poi persone il cui deficit intellettivo è così compromesso da non dare loro la possibilità di comprendere pienamente la realtà.
Quanto è importante educare al concetto di inclusione?
Molto. L’inclusione di ogni essere umano e l’educazione alle reciproche diversità sono elementi fondamentali nel processo che conduce alla costruzione di una società civile.
Dopo di noi: la domanda che i genitori di persone con disabilità si pongono più spesso.
È vero, soprattutto per le famiglie meno abbienti. Sono state emanate delle leggi che agevolano questa difficile situazione offrendo dei contributi economici che certamente possono aiutare ma non sono sufficienti a garantire loro un futuro. È necessario offrire loro la possibilità di svolgere un percorso che li conduca all’autonomia, di poter essere inseriti nel mondo del lavoro, di essere circondati da una comunità di persone presenti e non indifferenti. È necessario, insomma, il risveglio di un welfare di comunità.
L’ultimo Festival di Venezia ha ospitato la pellicola “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez che narra le vicissitudini di un gruppo di persone con disabilità dedito a furti e rapine. Si tratta di un film che smantella lo stereotipo mediatico buonista che da sempre investe questa categoria di persone.
È vero. La percezione mediatica è talvolta lontana dalla realtà e ricopre queste persone di una patina di buonismo e compatimento. Le persone con disabilità non sono migliori o peggiori, sono uguali alle persone normodotate e pertanto possono avere pregi e difetti. Non sono alla ricerca di compassione ma di integrazione: comprendere questo aspetto è importante affinché sia possibile abbattere ogni stereotipo procedendo verso una completa inclusione.
La ricerca di ua società sostenibile attraverso un percorso di uguaglianza e condivisione.
Simona Di Domenico







