CANTÙ - Il mondo musicale vive di fusioni sperimentali e una di queste riguarda l’electropop, nato alla fine degli anni settanta dall’unione del genere pop con quello elettronico.
Ritmi ballabili e orecchiabili, che aprono le porte ad un mercato di massa molto appetibile all’industria musicale, in grado però di mantenere una spiccata autorialità grazie a dei testi che invitano alla riflessione: è il caso degli MSTR.
La formazione attuale è composta da quattro canturini doc: Joe Pagani (voce e autore), Simone Porro (pianista e synth), Andrea Orsenigo (chitarra) e Alessandro Molteni (batteria), tutti dotati di una tenacia inarrestabile che li ha portati, in pochi anni, a conquistare fan e critici musicali di rilievo come Red Ronnie.
Come nascono gli MSTR?
Siamo nati quattro anni fa senza troppe pretese: avevamo delle idee e volevamo metterle insieme per dare vita a delle canzoni. Poi sono arrivati i primi brani, li abbiamo diffusi e abbiamo iniziato a raccogliere consensi. In seguito è uscito il nostro primo album intitolato #MSTR - il disco.
Qual è il vostro background musicale?
Siamo appassionati divoratori di musica, di tutta la musica. Tutti noi abbiamo studiato strumenti e composizione ma solo per qualche anno, in seguito ci siamo distaccati dagli studi classici e siamo approdati a un percorso autodidatta. Ci riunivamo e provavamo fino a quando il prodotto finale non soddisfava le nostre aspettative.
Come siete arrivati all’electropop?
I
l nostro stile musicale è nato passo dopo passo. Siamo partiti dalla cameretta di Joe con strumentazioni di fortuna e abbiamo sperimentato molto, dopodiché abbiamo portato i nostri provini in uno studio di registrazione e lì abbiamo raffinato il nostro lavoro indirizzandoci verso lo stile che ci rappresentava meglio ovvero l’electropop.
Un electropop, il vostro, ricco di influenze musicali.
Assolutamente sì, abbiamo una base electropop che viene arricchita da groove differenti provenienti dal funky e dall’hip-pop ma sono presenti anche elementi presi dal rock e dalla musica d’autore. In linea generale siamo curiosi e desiderosi di esplorare nuove forme musicali, senza pregiudizi.
I vostri brani fondono la ballabilità e l’orecchiabilità con testi che spingono alla riflessione.
Sì, questo accade perché la nostra visione di band ci colloca a metà strada tra il divertimento e la voglia di comunicare un messaggio che possa stimolare una riflessione. Certamente unire questi due aspetti non è facile e dietro a ogni brano ci sono mesi di lavoro, però è la strada che vogliamo perseguire perché rappresenta la nostra idea di arte.
I giovanissimi vi apprezzano molto. Che idea vi siete fatti di loro?
Non vediamo grosse differenze rispetto al passato. Sicuramente sono cambiati gli strumenti e le situazioni ma non le insicurezze e le fragilità: chi ha vent’anni oggi non è molto diverso da chi aveva vent’anni trent’anni fa.
Produrre musica ha costi molto elevati. Come riuscite a finanziare i vostri progetti?
Una parte dei proventi arriva dai live, una parte siamo riusciti ad ottenerla attraverso il crowdfunding e il resto dai nostri risparmi.
Molti musicisti emergenti ricorrono ai talent. Qual è la vostra opinione?
Non ne siamo particolarmente attratti. È vero, offrono visibilità immediata ma il più delle volte sono fuochi che si consumano molto velocemente. Preferiamo seguire un altro tipo di percorso, forse fatto di piccoli passi ma solidi e non effimeri.
A Cantù l’electropop d’autore è di casa.
Simona Di Domenico






