CANTÙ – “Non ho nulla da dichiarare”. Chi di noi non ha mai desiderato pronunciare la fatidica frase? Sia chiaro, in questa sede non vogliamo riferirci alle parole pronunciate ai valichi di frontiera o ai controlli aeroportuali, ma a quelle molto più aspre e velenose che vengono abitualmente rivolte ai rappresentanti del Quarto Potere – giornalisti et similia –, o a chi si spaccia per tale.
Nemmeno un’allegra cittadina come Cantù è esente da una simile piaga: il vizio è stato riscontrato soprattutto tra i commercianti e i bottegai, tra i gestori di bar o negozi, e negli ultimi tempi – complice il ripetuto moltiplicarsi di certi episodi di cronaca – le famose cinque parole sono state sillabate ancora più regolarmente, con più veemenza del solito.
Ma l’obiettivo di chi le pronuncia non consiste tanto nel liberarsi del seccatore di turno, bensì nel dare tono e consistenza alla propria identità, al proprio ego: contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, infatti, il moto delle cinque parole è centripeto, è diretto verso lo spirito di chi le intona. Proprio per il fatto di assomigliare in maniera così evidente alle dichiarazioni di vip, politici o personaggi televisivi – udite e assorbite in decenni di cattiva televisione - queste parole rappresentano un vero e proprio balsamo per l’anima, un modo semplice e diretto per avvicinarsi ai modelli di comportamento degli eroi della tivvù.
Anche a Cantù c’è chi si autoglorifica a colpi di “non ho nulla da dichiarare”, e la tendenza sembrerebbe in continuo aumento. Ma nei prossimi mesi, quando le persone trascorreranno più tempo rinchiuse in casa, in uno stato di semi-ipnosi davanti ai teleschermi, la semplice tendenza potrebbe inaspettatamente trasformarsi in un'inopportuna (e pericolosa) abitudine.
R. I.






