Un sindaco che si impiccia della vita interna di un'associazione privata, come la Pro Cantù, dicendo le cose che ha detto al giornale, è un danno per la comunità tutta.
Consideriamo la vicenda. Il Comune ottiene che a gestire una iniziativa altamente emblematica per tutta la cittadinanza (come il rogo della Giubiana) sia un'associazione culturale (privata) quale la Pro Cantù.
A detta del Sindaco, insolitamente presente con tutto il suo entourage all'iniziati va, aver anticipato di un quarto d'ora il rogo è stato un atto di sabotaggio. Si dimentica di dire che il tutto avveniva sotto una nevicata; ma questo è ininfluente a dire il vero. E tuttavia, egli non ha minimamente trovato da eccepire che quella manifestazione pubblica, quindi di tutti i cittadini, si trasformasse in un atto di dileggio, molto aggressivo e offensivo, per un gruppo politico che si trova oggi all'opposizione dell'attuale maggioranza.
Il sindaco, senza trovare di pessimo gusto quel gesto, dice anzi che, visto che la manifestazione non è andata c ome egli s'aspettava, il presidente di quell'associazione dovrebbe dimettersi. In questo c'è tutta la storia e il presente del personaggio.
Egli si inserisce nella vita associativa di un ente privato, e pretende di dire ai suoi aderenti chi debba essere e chi non debba essere il loro presidente. Ecco la gravità della affermazione. Ma non solo; dice anche: se il presidente della Pro Cantù non dovesse essere sostituito, il Comune affiderà ad altri la gestione della manifestazione discussa. Un tono minaccioso e ricattatorio, che vogliamo sperare sarà pront amente rigettato, non solo da questa associazione, ma da tutte le associazioni cittadine.
Stigmatizziamo questo atteggiamento iroso e irrispettoso delle autonomie associative cittadine, della vitalità della società civile canturina, che non merita tale rappresentante istituzionale. Auspichiamo che il Sindaco voglia rivedere tale suo minaccioso proposito, e sappia rimodulare il suo modo di relazionarsi con le associazioni cittadine, di cui può (e deve) essere interlocutore, non mai il dominus o il padre padrone.






