Uno degli aspetti più sconvolgenti della sparatoria avvenuta qualche notte fa in via Corbetta, che ha visto ridotto in fin di vita un ragazzo per mano di un coetaneo per motivi assolutamente futili, è l’indifferenza.
La ricostruzione dell’episodio, da parte dei carabinieri, ha messo in evidenza come il protagonista, in negativo, dell’episodio ha potuto tranquillamente passeggiare per oltre un’ora, in una via del centro di Cantù, imbracciando un fucile, senza che nessuno abbia sentito la necessità, e il dovere, di avvertire le forze dell’ordine.
L’ora era assai tarda, è vero, ma in quel momento, per via dell’usuale mercoledrink, molti erano coloro che ancora passeggiavano per il centro di Cantù.
Evidentemente la costante e persistente propaganda dei predicatori dell’insicurezza, dei teorici della paura, dei propagandisti della diffidenza sta producendo danni assai più gravi di quanto ci si potesse immaginare nel comune sentire della gente.
I professionisti dell’apprensione affermano, a parole, di voler garantire la sicurezza dei cittadini ma in realtà accendono e tengono viva, ad arte, la miccia dell’insicurezza fomentando un senso di pericolo catastrofico ed imminente che incrina i rapporti umani e fa venir meno lo spirito di solidarietà, cosicché l’isolamento finisce per prendere il posto del dialogo e della cooperazione.
A ciò fa da contraltare l’esaltazione del ricorso alla “giustizia fai da te”, la predicazione del diritto allo “schioppo libero” e l’esaltazione del “sindaco sceriffo”, cioè l’esatto opposto di quel che sarebbe davvero necessario per garantire, mediante una sorta di controllo sociale, collettivo e solidale, quella sicurezza che la gente reclama e di cui ha diritto.
La conseguenza immediata di questo clima creato ad arte dai fomentatori di diffidenza, inquietudine ed ansietà è quel che è successo l’altra sera: un ragazzo gira per il centro cittadino con un fucile in braccio mentre tutti girano la testa dall’altra parte preferendo occuparsi del proprio “particulare”.
Enzo Marelli
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