Alcuni anni fa, in un caldo ed addormentato agosto, un canturino importante, di passaggio in città per un periodo di vacanza dopo una lunga assenza dovuta al suo ruolo di manager di una importante industria internazionale, svolse alcune considerazioni sull’economia della sua città che affidò, in forma di articolo, ad un giornale locale.
Egli sosteneva che l’economia canturina assomigliava ad un pesciolino rosso che, nuotando allegramente nella sua bella ampolla di vetro, si illudeva di essere libero e non si accorgeva di esserne invece prigioniero in quanto, non rompendola, rinunciava ad imparare a nuotare in mare aperto.
E’ inutile dire che una provocazione simile avrebbe quanto meno dovuto far saltare sulla poltrona tutti coloro che avevano a cuore l’economia di Cantù e, primi fra tutti, gli amministratori locali. Purtroppo nulla di tutto ciò è successo in quanto, fra una pigra alzata di sopracciglia ed uno sbadiglio, tutto è continuato esattamente come prima.
Anzi con un’aggravante. Ci si è illusi che i problemi si sarebbero risolti semplicemente sostituendo i nomi sui cartelli stradali e facendo così diventare “Pianela” quel che fino ad allora si era chiamato “Largo Adua”. Questo è tutto quello che ha saputo produrre "l’inquietante ventennio leghista" alla guida dell’amministrazione comunale.
Il disinteresse, la trascuratezza, l’incapacità di previsione, la cecità di un gruppo dirigente privo di ogni capacità di immaginare uno sviluppo armonico dell’economia cittadina e piegato su sé stesso e sugli interessi immobiliari, gli stessi che hanno ispirato l’ultimo tentativo (per fortuna abortito) di piano regolatore, hanno creato danni inimmaginabili alla struttura produttiva.
Così mentre da un lato nemmeno ci si accorgeva che il mercato immobiliare stava crollando ed il brusco stop nella crescita della popolazione rendeva inutile prevedere la costruzione di nuove case, dall’altro ci si disinteressava completamente delle conseguenze che la crisi stava producendo sull’economia reale e sull’apparato produttivo della città.
La struttura produttiva canturina si è così andata via via impoverendo con aziende che si estinguevano per non aver saputo superare le difficoltà del passaggio generazionale, altre che scomparivano per non essersi sapute adeguare per tempo ad un mercato che cambiava, altre ancora che sono state costrette a chiudere i battenti per mancanza di mano d’opera specializzata. Senza poi contare che, nel disinteresse generale, le tradizionali strutture di vendita dei produttori canturini si avvitavano in una crisi irreversibile, incapaci ormai di interpretare le esigenze degli associati e, ad esempio, di “fare rete” accompagnandoli ed affiancandoli in un sempre più necessario processo di internazionalizzazione.
Non è che vi sia, oggi, chi proponga di meglio. E’ certamente inutile ricordare la preistorica ricetta dei drappisti, i portabandiera del “Lotta dura! Senza fattura”, che vagheggiano un ritorno al passato che appunto, proprio perché è passato, non può certo avere futuro. Ma ci pare che nemmeno quella dell’attuale amministrazione sia in grado di cogliere i problemi, le difficoltà e gli affanni delle aziende canturine. Certo la tassazione eccessiva è un problema che va tenuta nella debita considerazione. Ma è solo illusorio pensare che strepitare contro lo “stato ladro” possa di per sé risolvere qualcuno dei problemi oggi sul tappeto.
La sfida è molto più alta e molto più complessa ed è connessa da un lato con le scelte dell’amministrazione comunale e dall’altra con la capacità di misurarsi con innovazione e globalizzazione.
Se alla fine dell’Ottocento, per far conoscere il proprio prodotto, alle aziende canturine bastava recarsi col carretto ed il cavallo a Milano in una piazzetta dietro il duomo, detta – appunto - dei resegoni, con un “cifun” o un “cardenzin” e ciò era sufficiente per dare un’idea, oltre che della propria capacità tecnica, del disegno complessivo della “camera” o della “sala” che proponevano al cliente finale, è del tutto evidente che l’uso della “rete” moltiplica all’infinito la possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo.
Se cent’anni fa mio nonno Massimin, falegname provetto, aveva bisogno di un mese di lavoro per costruire e assemblare una camera, oggi, con l’introduzione e lo sviluppo della tecnologia, questo tempo si è notevolmente ridotto e la capacità produttiva di un’azienda si è moltiplicata per dieci o per cento.
Se alla fine della Seconda Guerra Mondiale era cosa abituale vedere commercianti di mobili provenienti dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Puglia con valige zeppe di “pagherò” che usavano per acquistare i mobili necessari ad approvvigionare i loro negozi, oggi è sempre più diffusa possibilità di usare mezzi di pagamento assai sofisticati come la moneta elettronica.
E dunque se questo sarà il futuro prossimo delle nostre aziende, in che modo l’amministrazione comunale deve muoversi per favorire la formazione di giovani aziende in grado di dominare le novità che i prossimi anni ci riserveranno? Come deve intervenire per formare quella mano d’opera specializzata in grado di sfruttare al meglio le innovazioni tecnologiche che verranno introdotte in un futuro assai prossimo? In che modo deve adoperarsi per favorire la ricerca e l’introduzione nell’attività produttiva di elementi, sostanze e materiali innovativi? Quali iniziative deve assumere per far conoscere e far apprezzare l’immenso patrimonio della cultura materiale delle nostre aziende?
Solo un’amministrazione comunale capace di rispondere a queste domande ed in grado di proporre delle soluzioni credibili a questi problemi potrà trasformare l’innocuo e gentile pesciolino rosso dell’ampolla in uno squalo, capace di aggredire e mordere i mercati e rivitalizzare l’economia del nostro comprensorio.
Enzo Marelli
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