LA STORIA – Elvis, picchiato e finito su una barca nella moderna tratta di uomini

domenica, 4 ottobre 2015

CUCCIAGO - Jude, Frank, Elvis, John, Fidelis e Evans giorno dopo giorno si conoscono nomi e visi dei sei profughi ospiti in Cascina Violada. Una fatiscente struttura comunale in via Navedano, per loro un tetto, una casa seppur stretta che li accolti dopo un viaggio lungo una settimana. Nigeria - Cucciago, con traversata nel mare e tappa nei centri di smistamento di Lampedusa e Milano.

"Per me l'Italia è una speranza. Se trovassi un lavoro in regola rimarrei qui" racconta Elvis, vent'anni appena scappato dai campi della sua terra. "In Nigeria e nel Benin lavoravo come contadino insieme ai miei genitori in una fattoria". Un lavoro forse non ben pagato, i rifugiati infatti concordano sulla retribuzione media: una rapida e approssimativa conversione e si scopre che una giornata di lavoro è pagata un euro.

Forse mosso dalla ricerca di una lavoro forse dalla speranza, Elvis come molti altri è finito in Libia a lavorare in autolavaggio. Proprio da qui avrà inizio il suo inferno. Picchiato, legato e imbavagliato, Elvis come Jude e John è stato caricato nella cella simil frigorifera di un grande camion e portato sulle sponde della Libia. "Siamo scesi, non sapevamo dove fossimo né dove andassimo e siamo stati caricati su di una piccola barca". Un gommone di quelli che tante volte si vedono in tv. "Partite o vi ammazzo" urla qualcuno da terra. E il barcone prende la via dell'Italia nonostante molti, forse nessuno, sapeva dove stasse andando.

"Il mio pensiero era di lasciare l'Africa, ma non in quel momento e non così. Siamo rimasti ventiquattro ore sulla piccola barca, stipati. Poi è arrivata una barca più grande che ci ha salvato". Al sicuro, Elvis rimarrà sulla nave di salvataggio italiana per tre giorni, durante i quali altre persone in mare verranno recuperate. "Prima ero nel centro a Lampedusa, poi sono stato trasferito a Milano". La destinazione è stata scelta rispettando il Piano di smistamento dei profughi nel territorio. "Da Milano in pullman sono arrivato alla Caritas di Como". E infine Cucciago.

"Qui mi trovo bene, voglio imparare la lingua italiana, conoscere brave persone e trovare un'occupazione". Questo l'obiettivo che condivide con i suoi cinque nuovi amici. Rifugiati come lui, catapultati da una civiltà all'altra. Ritmi, tempo e clima differenti. "Ci stiamo ambientando, ma siamo felici di essere qua". L'arrivo infatti non era scontato: tanti sono i ragazzi che perdono la vita in mare. "Ci dispiace molto per loro e speriamo che l'Europa possa realmente darci una mano, aumentando gli aiuti anche nella nostra terra".

Silvia Rigamonti

 

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