CANTÙ - "Sono felice di avere davanti a me tanti ragazzi come voi perché oggi voglio raccontarvi una storia che come protagonisti a proprio dei
giovani ragazzi come voi, partigiani forse. Di sicuro erano dei ragazzi che catapultati in una realtà più grandi di loro volevano solo salvarsi la vita". Da questa considerazione parte la lunga digressione del primo cittadino Claudio Bizzozero che sceglie di ricordare dalla piazza Garibaldi di Cantù in un modo differente il giorno della Liberazione. "Esattamente settant’anni fa, il 25 aprile del 1945, alle 8 in punto del mattino, via radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione armata in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti ed invitò tutte le forze partigiane attive ad attaccare senza indugio ogni presidio fascista e tedesco per imporgli la resa incondizionata. Quel 25 aprile fu dunque un giorno di guerra e di sangue. Non l’ultimo per la verità".
Liberazione certo, ma pagata a caro prezzo. I mesi e gli anni successivi "furono saturi di odio e vendette, con una guerra finita solo sulla carta". "Ma cosa è stata la Liberazione? Ha senso ricordarla ancora oggi e si se si che senso ha?" si domanda il sindaco e lo domanda anche ai presenti. "Vi confesso che me lo sono chiesto tante volte, ma ogni volta ho risposto a questa domanda che si, ha ancora un senso festeggiare, ma solo se diamo a questa festa il significato che davvero merita, che non è (come è stato per troppo tempo) la celebrazione, spesso puramente retorica, di un presunto eroismo che per i più, in realtà, fu solo e banalmente il disperato tentativo, molto umano e tutt’altro che eroico, di salvare la pelle, ma è invece la celebrazione di ciò che in pochi (meglio: un'assoluta minoranza della popolazione), non in quei mesi ma nei 20 anni precedenti, deliberatamente decisero di fare pagandone il duro costo: ossia resistere".
Sono forti, e scuotono i presenti, le parole del primo cittadino che da un palco bagnato da qualche goccia di pioggia chiede ai suoi cittadini se la resistenza è stata davvero un gesto eroico compiuto dal popolo o piuttosto solo da un'esigua minoranza, mentre gli altri volevano salvarsi solo la pelle a dispetto dei grandi ideali.
"Celebrare il 25 aprile pensando che questo possa servire ad impedire al fascismo di allora di rinascere oggi, è a mio avviso, in questo momento, una sciocchezza che lasciamo ad altri - prosegue Bizzozero -. Celebrare invece il 25 aprile pensando che questa nostra celebrazione possa davvero servire a spingere oggi ognuno di noi a resistere e a combattere contro ogni forma di ingiusta ed oppressione odierna, è a mio avviso al contrario il solo modo degno per continuare a dare un senso vero a questa nostra festa".
Qualcuno tra il pubblico protesta al sentire queste parole ma il sindaco prosegue raccontando la storia di sei giovani ragazzi che settanta anni fa vennero fucilati a Cantù Asnago. "Mio padre spesso quando ero bambino mi raccontava una storia, o meglio una scena che dal 1945 gli rimase impressa nella memoria. Dalla finestra di casa sua vede sfilare in quell'anno un gruppo di forze armate tedesche con al centro sei ragazzi, rei di aver disertato l'incarico militare all'interno delle SS. Questi ragazzi disertarono per questioni molto lontane da atti di eroismo, disertarono perché al fronte in guerre si rischiava di morire e loro la pelle volevano salvarsela. Per salvare la pelle a quel tempo si poteva fuggire lontano o rifugiarsi a vivere in qualche scantinato. Loro scelsero di fuggire su un treno, per questioni molto più umane che eroiche. Rincorsi e trovati i sei giovanni ragazzi, di cui quattro erano di Seregno vennero fucilati in quella che oggi è via dei Partigiani, ma più che partigiani erano ragazzi catapultati in un'epoca più grande di loro, in una realtà difficile da gestire".
S.R.






